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esercizi di scrittura creativa

Il linguaggio cura. Chi lavora con le parole lo sa quanto siano importanti. Ma anche chi non ci lavora e, in qualche modo, le parole le ha usate e le usa, le ha vissute, le porta ancora sulla propria pelle o sedimentate nell’inconscio.

La scrittura è linguaggio che cura, può essere via di auto educazione e di diffusione di una nuova cultura delle parole, perché siano – come scrive Eugenio Borgna nel suo libro Le parole che ci salvano – parole sempre filtrate dal cuore. Parole di vita.

 

Il linguaggio non verbale 

La scrittura è in grado anche di dare voce a quello che definiamo il linguaggio non verbale, il linguaggio del corpo che ha, comunque, necessità di esperimersi. Come writer coach la lettura del linguaggio non verbale, durante le sessioni, è basilare.

Ci sono emozioni che non riusciamo a esprimere, molte restano nell’inconscio e trovano espressione solo attraverso il corpo che grida quello che la mente tace. Quello che la parola tace, potremmo dire. 

Allora ecco che la scrittura arriva come un supporto utile di espressività. Riesce a farci arrivare al nostro incoscio e a esprimere, molte volte, quello che neppure noi potevamo immaginare di portarci dentro. La scrittura è discreta, intima, pensosa. Può essere espressa con altre voci, attraverso altre figure che creiamo a nostra somiglianza. Puoi scrivere attraverso un alter ego, per esempio. O esprimerti in versi. Le vie sono davvero molteplici.

 

Ascoltare il non detto 

“Ascoltare è cogliere il non detto” è una definizione di Carl Roger il padre del counseling.

Ascoltare è il fulcro di ogni attività di coaching. Lo è anche, senza dubbio, nel writing coaching

Il termine ascoltare deriva dal latino auscultare, derivato a sua volta da auris, orecchio. Rimanda a una postura fisica, quella dell’attenzione, all’organo deputato al sentire; e poi il passaggio diventa emotivo, mentale, io direi animico. Il vero ascolto è quello che doniamo con la parte più profonda di noi stessi, quella che non giudica ma comprende. 

Mi piace molto il concetto di silenzio come “postura”. 

Ascoltare non significa solo saper tacere, è ben diverso. Quella di ascoltare è una vera competenza, anzi un’arte, che deve essere coltivata e sviluppata.

E scrivere è un modo per farsi ascoltare.

 

Il termine ascoltare deriva dal latino auscultare, derivato a sua volta da auris, orecchio. Rimanda a una postura fisica, quella dell’attenzione, all’organo deputato al sentire; e poi il passaggio diventa emotivo, mentale, io direi animico. Il vero ascolto è quello che doniamo con la parte più profonda di noi stessi, quella che non giudica ma comprende. 

 

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Il linguaggio dell’ascolto e le domande giuste 

Nell’ascolto, a trapuntare il silenzio, c’è un linguaggio breve ed essenziale di supporto alla persona che abbiamo davanti. Ci sono domande, restituzioni, sollecitazioni. In questi casi, scegliere le parole giuste da dire è pratica che richiede sensibilità ed esperienza. Tanta esperienza.

Il coaching ha compiuto e compie un lavoro di incredibile profondità riguardo alle domande che possono essere:

  • Domande aperte: sono le domande che servono a esplorare, a ispirare. Come? Quando? Dove? In che modo? Chi? Che cosa? Perché?
  • Domande chiuse: presuppongono che si risponda con un sì o un no, sono utili per avvalorare un’affermazione o chiudere una trattazione.
  • Domande alternative: sono quelle che propongono un’alternativa, esempio: preferisci scrivere in un posto isolato o restando tra la gente?

Bisogna stare attenti a un linguaggio indagatore, a quelle parole che esprimono giudizi e sentenze o che trasmettono il nostro modo personale di intendere le situazioni: sono trappole pericolose per chi lavora con la parola. Un solo termine può bloccare, infastidire, alzare un muro.

Pensiamoci sempre bene prima di pronunciare una parola. Vale non solo nel mestiere di writer coach o, più in generale, di coach. Vale sempre.

 

Il linguaggio della famiglia e delle relazioni 

Ogni famiglia ha un proprio linguaggio, direi addirittura una propria grammatica delle relazioni. Se pensi alla tua famiglia, sono certa che potresti ricostruire il linguaggio e le parole con cui sei cresciuto o cresciuta; le parole di affetto e di amore, ma anche le parole che veniva usate per definirti. Sai, sono importanti perché quando ascoltiamo, durante l’infanzia, le paroel con cui ci definiscono le immagazziniamo con una forza particolare, anche quando crediamo di averle dimenticate, il più delle volte non è così ed emergono – l’ho visto accadere tante volte – con stupore proprio durante scritture di tipo autobiografico.

Uno degli esercizi di scrittura che invito spesso a praticare è proprio quello di ritrovare, scrivendo, il linguaggio familiare, rispondendo a domande come

  • quali sono le frasi che ricordi?
  • quali belle parole e dette da chi ti sono rimaste nella mente e nel cuore?
  • come pensi fosse il linguaggio parlato tra le persone nella tua famiglia? Tra i tuoi genitori? Tra loro e te? Il tuo linguaggio con fratelli e sorelle?

Sono scritture molto semplici – all’apparenza – ma sanno portare a galla anche situazioni dimenticate che sempre restituiscono riflessioni utili al nostro presente. Penso che in particolare per chi scrive narrativa (ma in realtà per tutti) questo recupero sia davvero importante; di certo, restituisce sempre un po’ più di consapevolezza riguardo a chi siamo.

 

Il linguaggio del silenzio 

C’è un altro linguaggio che si unisce in maniera tenace alla scrittura, anzi, direi che ne fa parte: il linguaggio del silenzio. 

Il caro e sacrosanto silenzio, tanto difficile e tanto necessario nel writining coaching. Tendiamo sempre a imboccare, a suggerire, a rispondere arrivando in fretta alle conclusioni. Niente di più errato. 

Silenzio e tempo disteso.

Solo su questo terreno si riesce a comunicare e a scrivere: leggere il non verbale, cogliere lo sguardo che si abbassa o quello che si accende, sentire come vengono accennate e interrotte le frasi, porre attenzione a quali parole si usano. Si tratta di un momento importante perché possiamo cogliere tanto, da una postura, per esempio. Da un sorriso vero o forzato.

Scrive Duccio Demetrio, fondatore della Libera Università dell’Autobiografia, filosofo e scrittore: “È il silenzio dunque che precede le parole, le accompagna, le accomoda perché possano riposare. Nella dimora del loro sonno, le coltiva a loro insaputa, le rifinisce e le perfeziona, si insinua tra l’una e l’altra scandendone l’esistenza. 

È il silenzio che ne riduce la vacuità… 

È il silenzio che ne tempera la loro risorgente boria, che installa in esse cautela e prudenza. È il silenzio che le addomestica alla pietà e alla tolleranza“.

Quando scriviamo entriamo in una dimensione di silenzio, lo richiede il pensiero per farsi parola. Le scritture terapeutiche – a meno che non siano scritture di emergenza – hanno sempre bisogno di essere precedute da un momento di riflessione.

Ricordiamoci sempre che le parole impattano sulle nostre emozioni, ci fanno stare bene o male, sostengono o affossano i rapporti. Scegliamole bene perché come scrisse Raymond Carver “Le parole sono tutto ciò che abbiamo, perciò è meglio che siano quelle giuste”. 

 

Se ti interessa saperne di più sul writing coaching ti invito a leggere il mio libro (il primo in Italia dedicato a questo argomento)

Writer coach. Chi è, cosa fa, a chi serve

Il writer coaching è una specializzazione di cui si sente parlare in Italia ormai da tempo, ma mancano ancora sia una definizione precisa della figura del e della writer coach, sia dell’attività in sé.

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