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Io scrivo, il documentario di Matilde D’Errico

Rai 3,  il 4 gennaio, ha trasmesso il film documentario di Matilde D’Errico, Io Scrivo, dedicato alla scrittura  applicata alla cura e alla gestione delle emozioni durante la malattia. La scrittura autobiografica  si rivela ancora una volta modalità di supporto e di gestione delle emozioni.

Il documentario racconta il corso che la D’Errico ha tenuto al Policlinico Gemelli – nel reparto di Senologia e Terapie Integrate – nel 2019; in aula donne che hanno avuto un cancro, alcune delle quali ancora in terapia al momento degli incontri. Lei stessa, Matilde, autrice televisiva (tra l’altro, autrice e regista del documentario),  è una “donna in rosa” ed è passata attraverso quest’esperienza di malattia, cura e guarigione. Esordisce sottolineando quanto la scrittura possa aiutare nell’individuazione delle emozioni. Non c’è dubbio. 

Io scrivo: la scelta del titolo al presente, un atto di presenza reale e concreta. Molte sono le voci delle protagoniste che narrano di sé e della propria esperienza. Si confrontano con la qualità della vita al momento della malattia. Per tante è stato un riconnettersi con se stesse.

 

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La parola scritta ha una potenza importante per noi e per la nostra storia. Scrivere significa imparare a riconoscere le emozioni, dargli un nome e governarle.

 

Matilde D'Errico

 Scrivere significa svelarsi

La scrittura – sottolinea Matilde e non si può negare – è atto intimo, la scrittura autobiografica lo è per eccellenza. Per questo è importante presentarsi al gruppo, creare empatia. Si tratta di una pratica che seguo sempre e in ancora di più quando affronto la scrittura consapevole, autobiografica e terapeutica: fondamentale dire di sé (quello che si ritiene, certo), della propria storia perché è incredibile come questo diventi supporto e a volte conforto e illuminazione per gli altri.

Grandi donne e grandi storie

Così, del gruppo che ha lavorato con Matilde, conosciamo Gabriella, arriva da Cosenza, ricercatrice universitaria, ancora in trattamento al momento del corso e delle riprese televisive. E Giulia, 46 anni, lavora in uno studio dentistico, anche lei in terapia: dice che  per lei la scrittura è stata da sempre compagna di vita ma durante la malattia si è chiusa e non è riuscita a scrivere. Gli incontri di scrittura sono l’occasione per confrontarsi di nuovo con le proprie parole.

Credo comunque che non vada mai forzata la scrittura, sollecitata sì ma dobbiamo sempre rispettare i tempi e l’energia che ci portano a scrivere.

Poi Carla che cammina ogni giorno, lei è carabiniere forestale e afferma che oggi, dopo la malattia,  guarda l’ambiente in un modo  diverso, si sente parte della Natura. Giuliana, 52, insegna inglese, è entrata in un vortice di emozioni dolorose e rabbia: inizia a tenere un diario delle sensazioni “scrivendo mi sono detta tutto, a me stessa”.

Scrivere un diario ci aiuta sempre ad approfondire le nostre emozioni, in un articolo avevo parlato dell’importanza di tenere un diario di viaggio: il percorso di malattia, di indagine in se stessi non è forse un viaggio incredibile?

Elena, videomaker, 40 anni, tifosa, ha legato il suo percorso di cura alla squadra di calcio della Roma: dopo la chemioterapia spesso andava a vedere le partite allo stadio, ha scritto un libro che ha donato persino a Totti. Luisiana, scrittrice, lei scrive fin da quando era ragazzina, ha scritto Abbi cura di te un testo in cui invita a rimanere sempre attenti su se stessi.  Pone l’accento sull’ignoranza, sull’impreparazione di molti medici a cui, in prima battuta, ci si affida: nel suo caso ha rischiato la vita, veniva curata per la gastrite ma si trattava di cancro all’ovaio. Si auspica- e lo credo sia augurio che tutti ci facciamo – che ci siano medici sempre più preparati a riconoscere queste patologie. 

Dove si trovano le parole

Dove si trovano le parole, chiede Matilde D’Errico, ai medici, alle infermiere di supporto, al primario per comunicare ad una donna la diagnosi di malattia? E poi, con quale parole accogliere, seguire, confortare, spiegare?

Tutti concordi nel dire che ciò che conta è avere attenzione per ciascuna persona, vedere la reazione e correggere il tiro dove necessario; non esiste un’unica forma di comunicazione, anzi,  ci deve essere scambio reciproco. Bisogna comprendere chi si ha davanti perché ognuno vive e vivrà quest’esperienza a modo proprio.

Accoglienza e ascolto, a volte basta stringere una mano, fare sentire la presenza e il sostegno. Durante il Simposio sull’autobiografia che si è tenuto ad Anghiari il 6 e 7 dicembre 2019  è emersa la necessità di un approccio più umano nel rapporto con il paziente, l’importanza che venga presa in considerazione la storia che ha vissuto e che vive: ecco, mi sembra che in questi casi ci si possa davvero ritrovare, provare sollievo.

 

 Io scrivo: il laboratorio

Il laboratorio di Matilde D’Errico si è articolato in una serie d’incontri che hanno avuto come filo conduttore la simbologia de Il viaggio dell’eroe. Ogni storia deriva da questo modello che Vogler – autore del libro omonimo – però definisce più che altro percorso di vita, esperienza.

Di questo viaggio – a cui spesso la scrittura autobiografica rimanda – vengono affrontati tutti gli aspetti, lo immaginiamo perché nel documentario vediamo alcuni passaggi, quelli basilari: il transito dal mondo ordinario a quello straordinario determinato da un incidente scatenante (in questo caso la malattia), la trasformazione del personaggio, la discesa nella caverna e quindi il confronto con le proprie paure, l’incontro con il mentore, la rinascita.  Gli ingredienti ci sono tutti.

Alcune protagoniste leggono i loro pensieri e su ogni parola ci si potrebbe soffermare ore.

 

Che senso ha tutto questo?

Che senso ha un lavoro come questo? Non dovremmo neppure stare più ad interrogarci sui benefici della scrittura terapeutica, sulla scrittura autobiografica come cura di sé, supporto sempre e in particolare nei momenti difficili.

Questo laboratorio è stato prezioso e il documentario ancora di più perché emerge un valore fondamentale: comunicare è importante per non sentirsi soli, la malattia non è una vergogna, una macchia, è parte della vita e chi l’affronta va sostenuto sia prima che dopo nel compito di informare per esempio – come dice il giornalista Franco Di Mare, intervenuto in aula – su quanto sia utile la prevenzione.

Si può fare un appunto a questo lavoro televisivo? Uno solo ma credo che sia molto mio, personale e che non intacchi il valore di quanto visto e trasmesso. Forse perché è il mio lavoro, ma mi sarebbe piaciuto sapere di più dalle donne presenti in aula (che mi hanno commosso), come e quanto hanno utilizzato la scrittura, in che cosa ha dato supporto e conforto. Si è lasciata parlare di più l’esperienza umana all’interno del luogo di cura, si è raccontato il senso della vita di fronte ad una contingenza di questo tipo ma credo che così si voleva che fosse. Magari avrò occasione di tornare sull’argomento, di incontrare Matilde e questo splendide donne. Una cosa va detta: la profonda autenticità che ha mosso e permeato il documentario di Matilde. Davvero, dovremmo vedere più televisione così.

 

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