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Hai mai sentito parlare di letteratura ergodica? In effetti, è un termine che non si sente di frequente.

Nel campo della narrativa i generi e sottogeneri letterari non si contano. Ogni tanto ne nasce uno nuovo a cui vengono ascritti testi vecchi e recenti, ritenuti affini per tematica, forma o modalità di concepire l’intreccio. Il bisogno di catalogare e di procedere per similitudini è un’esigenza umana ma, nel caso dei libri, risponde anche alla necessità di disporre i testi negli scaffali delle librerie, secondo un ordine logico. Le opere che rientrano nella stessa tipologia si troveranno tutte vicine, a portata di mano del lettore appassionato del genere.

E allora prepariamoci a trovare, nelle librerie, una sezione dedicata alla letteratura ergodica, perché questo termine, coniato di recente, comincia a essere sempre più usato per indicare una specifica tipologia di libri.

 

Letteratura ergodica: da dove viene il termine? 

Per fornire una spiegazione etimologica del termine “ergodico”, si è scomodata persino l’Accademia della Crusca, che nel 2021 lo annovera tra le parole nuove.

Già, perché anche l’etimologia è controversa e non tutti sono d’accordo nel far derivare la parola dalle stesse radici. Si sa per certo che il termine nasce nel mondo della fisica, introdotto a fine ‘800, dal matematico e fisico austriaco Ludwig Boltzmann per definire un particolare tipo di sistema o di processo.

A livello di etimo, c’è chi la fa discendere dalla voce greca ergṓdēs, ovvero “difficile”, chi da érgon (lavoro, energia) + odós (via, percorso), chi invece dal tedesco ergodish, derivato a sua volta dal sostantivo femminile die Ergode, usato per indicare un determinato sistema meccanico.

A un certo punto, però, il mondo della letteratura si è appropriato del vocabolo e gli ha attribuito un significato proprio. Questo è accaduto, per la precisione, nel 1997 con il libro Cybertext: Perspectives on Ergodic Literature dello studioso norvegese Espen J. Aarseth. In quella sede, a dire il vero, l’autore, più che fornire una definizione precisa di che cosa sia la letteratura ergodica, parla del ruolo che deve assumere il lettore di fronte a testi ascrivibili a questo genere.

 

Il ruolo del lettore nel genere ergodico 

A detta di Aarseth, chi legge un testo ergodico è chiamato a partecipare alla costruzione della narrazione, a fare fatica, perché la funzione di lettore non si limita più a quella di semplice fruitore di un’opera, ma di co-autore della stessa. Gli è richiesto lo sforzo di decodificare un testo che non presenta un’unica linea narrativa e talvolta nemmeno una sola disposizione cronologica degli eventi. 

L’autore di un romanzo ergodico non racconta una storia fatta e finita, ma dispone, e a volte nasconde, tra le pagine, tutto il materiale utile per costruirla insieme a chi la leggerà: documenti, indizi, brani di testo, appunti. E talvolta i percorsi narrativi approdano a risultati diversi, a seconda delle scelte che si fanno, durante la lettura, di seguire questa o quella direzione.

Non a caso c’è chi ritiene giusto comprendere nel genere ergodico anche i libri games, quelli cioè che nascono proprio allo scopo di coinvolgere chi legge/gioca nella dinamica della vicenda, attribuendogli il ruolo di protagonista.

Ma non facciamoci prendere dalla fretta, perché ci sono alcune considerazioni da affrontare.

 

I calligrammi e la poesia combinatoria sono ergodici?

L’aggettivo ergodico attribuito a uno specifico genere letterario, come abbiamo visto, compare nel 1997; c’è da ritenere, quindi, che tutte le opere antecedenti a questa data, anche nel caso in cui si rivelino simili per concezione e struttura a quelle che si dichiarano ergodiche, lo siano all’insaputa dell’autore che le ha scritte.

Già, perché se un testo ergodico è tale in quanto rende la vita difficile al lettore e lo costringe a faticare per raccapezzarsi o decodificare la scrittura, allora già i calligrammi dell’età ellenistica (IV-III sec. a.C.) possono, in un certo senso, esserne considerati un esempio ante litteram. Il calligramma, infatti, detto anche carme figurato o poesia visuale, è un componimento poetico in cui le parole vengono disposte in modo da ricreare la forma dell’oggetto che viene raccontato nel tema principale. 

In tempi più recenti questo modo di comporre poesia fu ripreso dalle avanguardie del XX secolo e soprattutto dal poeta cubista francese Guillaume Apollinaire (1880-1918). Ma anche la poesia combinatoria di Raymond Queneau, in Centomila miliardi di poesie del 1961, in qualche modo chiede al lettore di interagire e compartecipare alla creazione del testo.

Questo libro, di appena dieci pagine, è formato da una serie di striscioline, ciascuna contenente un verso che, combinate fra loro, permettono di comporre a piacimento centomila miliardi di sonetti; tutti regolari, s’intende. Perché questa è, dopo tutto, nient’altro che una sorta di macchina per la produzione di poesie; e queste sono sì in numero limitato; ma abbastanza da poter permettere in teoria una lettura lunga quasi duecento milioni di anni (leggendo ventiquattro ore su ventiquattro), così come spiega lo stesso autore nella prefazione.

 

Letteratura ergodica: libri da leggere 

Sì, ma questi sono testi in versi – potrebbe obiettare qualcuno – gli esempi di letteratura ergodica che andiamo cercando devono essere in prosa e assumere le vesti del romanzo.

La mascella di Caino di Torquemada 

Bene, allora andiamo a Londra, nel 1934, dall’enigmista e traduttore britannico Edward Powys Mathers, noto anche con lo pseudonimo di Torquemada, cognome di un inquisitore spagnolo del XV secolo.

Il giorno in cui uscì il suo libro, La mascella di Caino, partì anche un concorso con tanto di premio di 15 sterline, all’epoca cifra considerevole, per chi ne fosse risultato il vincitore.

Si trattava di un racconto giallo di un centinaio di pagine che narrava la storia di sei assassini e di altrettante vittime, solo che le pagine erano tutte in disordine, non si sapeva chi fossero gli uccisori e gli uccisi né i loro nomi, che anzi bisognava indovinare risolvendo complicatissimi enigmi e giochi di parole. Uno dei più difficili rompicapi della storia. Infatti, dopo parecchi mesi, furono solo due le persone che riuscirono a risolverlo e a vincere la posta in palio.

Poi per molto tempo non se ne fece più niente, finché nel 2019 la casa editrice inglese Unbound non ripubblica l’enigma che è risolto solo da un’altra persona nel 2020.

L’8 marzo 2022 è Mondadori a pubblicarlo in italiano con la prefazione di Stefano Bartezzaghi e con le stesse modalità: concorso e premio in denaro a chi si fosse presentato con la soluzione esatta entro l’1 novembre dello stesso anno. A dicembre la casa editrice ha comunicato che c’è stato un vincitore.

 

Finnegans Wake di James Joyce 

La veglia di Finnegan, o anche La veglia per Finnegan, o ancora Il risveglio di Finnegan oppure La veglia dei Finnegan, è l’ultimo romanzo dell’irlandese James Joyce e già dalla pluralità dei titoli con i quali può essere tradotto rivela la propria natura complicata e di difficile interpretazione. Pubblicato a Londra nel 1939 è un testo in cui la tecnica del flusso di coscienza viene portata al massimo livello.

La narrazione si svolge tutta all’interno di un sogno del protagonista e anche le parole si fondono tra loro per dare l’idea della stranezza del linguaggio onirico, diventando, in questo modo, difficili da comprendere e decifrare. 

Il fratello di James, Stanislaus Joyce, lo definì: l’ultimo delirio della letteratura prima della sua estinzione.

Il termine rayuela allude a un famoso gioco sudamericano, simile al nostro campanone o settimana, per cui si traccia per terra uno schema di sette caselle che bisogna percorrere saltando prima su un piede poi su entrambi sia in andata sia al ritorno, raccogliendo il sasso lanciato in partenza in una delle caselle.

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Rayuela di Julio Cortázar 

Nel 1963 esce Rayuela. Il gioco del mondo di Julio Cortázar, scrittore argentino naturalizzato francese, che molti hanno definito l’erede di Joyce. Il termine rayuela allude a un famoso gioco sudamericano, simile al nostro campanone o settimana, per cui si traccia per terra uno schema di sette caselle che bisogna percorrere saltando prima su un piede poi su entrambi sia in andata sia al ritorno, raccogliendo il sasso lanciato in partenza in una delle caselle.

In Italia il libro è stato pubblicato con il titolo di Rayuela. Il gioco del mondo e anche qui l’autore fa procedere la narrazione attraverso la tecnica del flusso di coscienza. 

Ma c’è di più. All’inizio del testo, Cortázar inserisce una tavola d’orientamento per i lettori proponendo loro tre modalità di lettura:

  • nella maniera tradizionale, ovvero in sequenza dall’inizio fino al capitolo 56, dove tre asterischi segnalano la fine del racconto;
  • partendo dal capitolo 73 e seguendo poi l’ordine dei capitoli proposto dall’autore, il che apre scenari e soluzioni narrative inedite rispetto alla precedente lettura sequenziale;
  • scegliendo di procedere secondo un ordine personale e libero, saltando a piacimento da un capitolo all’altro.

Tre sono anche i contesti spazio-temporali in cui si collocano le vicende del protagonista Horacio Oliveira:

  • il primo, che va sotto il titolo di Dall’altra parte, in cui si narra la vita, i pensieri e gli incontri dell’argentino Horacio Oliveira, mentre si trova a Parigi;
  • il secondo, intitolato Da questa parte, che racconta le vicissitudini di Horacio dopo il suo ritorno a Buenos Aires;
  • il terzo, Da altre parti, che raccoglie materiale vario, ritagli di giornale, testi di critica, storie e sottotesti di generi diversi.

 

Il castello dei destini incrociati di Italo Calvino 

Esce nel 1969 Il castello dei destini incrociati di Italo Calvino che, nel 1973, confluisce in un’altra edizione contenente anche un secondo romanzo breve, intitolato La taverna dei destini incrociati.

Alla base di entrambe le narrazioni ci sono le carte dei Tarocchi, rappresentate in quasi tutte le pagine del testo. I presupposti delle due storie sono uguali: il protagonista, attraversato un bosco, arriva a un castello (primo libro) o a una taverna (secondo libro) pieni di commensali. Qui lo sorprende un silenzio surreale e presto si accorge di non poter parlare. L’oste/castellano pone sul tavolo un mazzo di tarocchi e a turno i presenti raccontano storie utilizzando le immagini delle carte.

Il lettore è chiamato a partecipare al gioco partendo dalle immagini riportate sui Tarocchi, ma le combinazioni possono essere infinite e le direzioni molto diverse.

Si tratta di “un racconto pittografico” come lo definisce Calvino stesso nella prefazione, espressione di quella letteratura combinatoria di cui già le poesie di Queneau, ricordate sopra, hanno fornito un esempio.

 

Casa di Foglie di Mark Z. Danielewski 

Con Casa di foglie di Mark Z. Danielewski arriviamo proprio al prototipo della letteratura ergodica.

Il romanzo, uscito negli Stati Uniti nel 2000, giunge in Italia nel 2005 a opera di Mondadori e in seguito, nel 2019, viene ripubblicato dall’editore 66thand2nd (si chiama proprio così).

Il romanzo narra più storie contemporaneamente, ma si apre con il personaggio di Johnny Truant, giovane tatuatore di Los Angeles, che si trasferisce nell’appartamento dell’anziano non vedente Zampanò, morto in circostanze misteriose. Qui trova un baule di suoi appunti, note e riflessioni varie sul film del fotografo Will Navidson incentrato sulla sua misteriosa casa, in cui si sarebbero manifestati fenomeni tanto inspiegabili quanto inquietanti. Johnny si lascia prendere dall’ossessione di decifrare questi appunti, e intanto rivive sprazzi del proprio passato, in un crescendo di alienazione che rendono difficile distinguere la verità dall’immaginazione, la logica dalla pazzia.

Per leggere Casa di foglie, bisogna armarsi di pazienza ed essere mossi da un’inscalfibile volontà. Le pagine, anche da un punto di vista grafico, non seguono l’ordine che ci si aspetterebbe: sono piene di appunti a lato, note a piè pagina, righe cancellate, di colore e font diversi. Il libro a volte deve essere capovolto, ruotato, letto allo specchio, ci sono enigmi e giochi di parole, ora bisogna saltare delle parti, ora tornare indietro per recuperarle. Districarsi è difficile, ma è proprio in questa sfida che risiede la sua forza.

I libri ergodici sono così: devi accettare di lasciartene coinvolgere al punto da rischiare di perderti nelle loro trame o di rimanerne invischiato anche molto tempo dopo averli chiusi. 

Del resto, Danielewski lo dice fin da subito, nel suo incipit: Questo non è per te.

Abbiamo compiuto un breve viaggio nella letteratura ergodica che, diciamolo, forse è adatta a chi ama “entrare” nei libri e partecipare alle storie, e non si può dire che non sia affascinante

Se hai letto altri libri di questo genere segnalameli così potrò inserirli  (a tuo nome) in questo elenco e renderlo sempre più ampio per le persone che leggeranno. 

 

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