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esercizi di scrittura creativa

Imparate a scrivere. Sì, ma come s’impara a scrivere? Ci sono varie strade ma sono molto interessanti quelle che ci consiglia, raccontando la sua esperienza, una grande autrice come Alessandra Carati che è stata ospite della quinta puntata del format “Una storia fantastica” condotto da me e da Laura Di Gianfrancesco.

Scrittrice, ghostwriter e autrice per il teatro e il cinema, Alessandra Carati arriva al successo con il romanzo E poi saremo salvi, edito da Mondadori, finalista al Premio Strega 2022. Ha alle spalle la pubblicazione di due libri scritti a quattro mani: La via perfetta  (Einaudi Stile Libero, 2019) e Bestie da vittoria (Piemme edizioni, 2016).

 

Iniziare a scrivere: da dove partire? 

Come è nato il tuo amore per la scrittura? Quando e come hai iniziato a scrivere?

L’amore per la scrittura è nato in un modo molto spontaneo e anche molto poco consapevole nel senso che io mi sono accorta, dopo averla praticata, che la scrittura è sempre stata una un po’ come una destinazione. Non credo tanto nella questione del talento che arriva e ti fulmina sulla via di Damasco, penso che possono esistere delle inclinazioni che vanno coltivate con pazienza e pratica quotidiana per poterne vedere i frutti. Prima di essere una scrittrice, sono stata e sono una lettrice appassionata e onnivora. Provo un piacere quasi sensuale durante la lettura. 

 

La fluida visione profonda della lettura 

Quando leggi un libro si innesca quella che Barros chiamava la fluida visione profonda per cui tu, con gli occhi della mente, vedi degli spazi, dei personaggi, delle situazioni, dei colori e sei proprio suggestionato a livello sensoriale rispetto a tutti i sensi. 

La scuola mi ha dato un altro tipo di attitudine, forse più mentale, mentre tutta la parte della lettura col corpo è arrivata attraverso il teatro e il cinema con la scrittura scenica. La scrittura scenica ha come obiettivo la messa in scena per cui è una scrittura di servizio a un’opera. 

Arrivo alla scrittura per i libri dopo aver praticato la scrittura scenica. Quando lavoro ai libri ho bisogno di una fase immersiva in cui frequento il materiale narrativo; ciò significa stare fisicamente negli spazi, incontrare le persone, parlarci e cercare di comprendere se quell’esperienza può interessarmi prima come persona e poi come autore. Scrivere è come imparare a suonare uno strumento nuovo: non c’è spontaneità, c’è studio, frustrazione, tanta pratica e poi scioltezza.

 

Da dove arrivano le storie? 

Il tuo romanzo inizia così: “L’unico ricordo intatto della mia infanzia è un presagio di quello che ci sarebbe toccato”. Hai scelto di raccontare una storia che riguarda il conflitto in Bosnia negli anni ’90 (precisamente dal 1992 al 1995). Come ti è arrivata questa storia?

Ti arrivano storie in ogni momento però c’è quella che ti accende, quella che risuona particolarmente per te che ha a che fare con come sei fatto, con quel momento della tua vita, con i temi su cui interiormente stai lavorando. Questa storia mi arriva nel 2008, grazie all’incontro con una mia studentessa dell’Istituto Europeo di Design, una scuola triennale post diploma con sede madre a Milano e altre sedi in tutto il mondo. In questa scuola arrivano moltissimi studenti dall’estero. 

Una delle mie studentesse era una ragazza i cui genitori avevano vissuto la necessità di scappare dalla loro terra. Ricordo di aver avuto l’occasione di entrare in contatto con la sua famiglia e con una piccola comunità di ex profughi bosniaci che vive nella zona sud di Milano. Li ho frequentati dal 2008 perché ho sentito subito che quelle storie erano materiale preziosissimo che andava condiviso. Ho passato con loro moltissimo tempo, ho studiato molto perché sapevo molto poco del conflitto in Bosnia e delle specificità geografiche, politiche e storiche che lo hanno generato; era necessario approcciare il tema partendo dai documenti, secondo un punto di vista da reporter, e poi da un punto di vista di prossimità con chi quella esperienza l’aveva vissuta. 

 

Raccogliere e analizzare le testimonianze 

Fare questo lavoro di raccolta e analisi delle testimonianze mi ha portato via diversi anni. Avevo necessità, da un punto di vista professionale legato agli strumenti della scrittura, di trovare una forma che permettesse al lettore di non essere travolto e sconvolto dalla crudezza di certi racconti e poi avevo bisogno di una tenuta psichica che mi permettesse di cucire un racconto denso che non facesse scattare la voglia di scappare, di smettere di leggere per la troppa violenza delle cose raccontate. La ricerca di quella misura è una ricerca di posizione da cui scrivere da cui discendono tutte le scelte formali. Chi racconta la storia? A chi e quando la racconta? Ho avuto bisogno di stare con questo materiale molto tempo prima di capire qual era per me il punto da cui restituirlo.

La prima stesura del libro arriva nel 2016. L’incipit è arrivato quasi alla fine perché mi sono resa conto che volevo che il lettore sapesse, già dalla prime righe, che la protagonista era viva e stava raccontando dal suo presente e quello era un ricordo.

 

Conoscere quello che si narra 

Una curiosità Alessandra: questo tragitto di fuga tu l’hai vissuto fisicamente o no? Perché si ha proprio l’impressione di essere lì mentre tu lo narri.

Sono stata in Bosnia diverse volte e ho fatto in auto quel tratto di strada, i quasi 2000 km che loro percorrono per scappare, per cui so che cosa si vede dal finestrino, so che cosa significa arrivare al confine con la Croazia e da lì a quello con l’Italia. Io l’ho fatto quando la guerra era finita per cui ho ricostruito tutta la parte immaginativa andando a cercare e ricontattando chi aveva fatto quel tragitto. Sentivo che potevo mettere a servizio del romanzo alcune esperienze e ricordi personali. Mi ha aiutato moltissimo ripercorrere le loro tracce perché loro sono il loro paesaggio. In un punto del libro, la madre dice di non avere più una lingua perché le mancava un paesaggio e la lingua è una materia viva che nasce dal luogo. La lingua vive nel corpo delle persone, è qualcosa che plasma il corpo. Arrivano da una comunità naturale, la loro vita è legata profondamente alla natura, alle stagioni, agli elementi naturali e per capire il loro modo di comunicare avevo bisogno di comprenderne le origini.

 

 

 

La lingua vive nel corpo delle persone, è qualcosa che plasma il corpo. Arrivano da una comunità naturale, la loro vita è legata profondamente alla natura, alle stagioni, agli elementi naturali e per capire il loro modo di comunicare avevo bisogno di comprenderne le origini.

Alessandra Carati

editare un libro

Lavorare su un particolare che diventa universale 

 Tu hai scelto di raccontare il periodo della guerra in Bosnia attraverso la storia di una famiglia che cerca salvezza in Italia. Che cosa vuol dire riprendere la vita per una generazione che è la generazione di mezzo cioè i figli di quelli che sono scappati per salvarsi? Che cosa significa crescere quando i tuoi genitori devono spostarsi in modo coatto dal posto in cui sono nati, in cui erano certi di invecchiare e morire trovando rifugio in un paese di cui non conoscono la lingua né i codici culturali?

 Non c’è nessun desiderio a muoverli. Loro si muovono sotto la spinta della morte perché se non fuggissero, morirebbero. Questi uomini vivono la forza centrifuga della guerra e si trovano a dover fare una scelta quasi immorale: rimanere in patria e mandare fuori dal paese la famiglia, rischiando di rendere orfani i propri figli, oppure abbandonare i patrioti che restano a combattere e accompagnare la famiglia e aiutarla fuori dai confini. Come si fa a scegliere? 

Non è vero che la guerra è uguale per tutti perché quando un popolo dichiara guerra a un altro c’è sempre un territorio in cui si combatte quindi c’è sempre chi subisce l’invasione ed è costretto a scegliere se restare e rischiare la morte o scappare sperando in una vita altrove. 

La bellezza della letteratura e della scrittura è che non può essere generica. Quando tu lavori su un romanzo, lavori sempre su un particolare che diventa universale nell’arco complessivo della lettura. Il lettore è sempre immerso in una dimensione specifica e solo al termine del libro avrà un’impressione, una sensazione, un sentimento che ha un’universalità propria. La narrativa è creare spazi e luoghi, mettere i personaggi in determinate situazioni, farli reagire e vedere che cosa accade. Questo è un terreno condivisibile per un lettore, è un’esperienza da cui poi egli trae tutte le considerazioni che ritiene consone alla propria cultura, al momento in cui legge il libro, al momento psicologico o emotivo in cui si trova. La scrittura è legata anche una forma di autoeducazione che è poi una forma di istruzione.

 

Costruire personaggi protagonisti 

Come hai lavorato sul personaggio di Aida, la protagonista?

Quando si muovono tanti personaggi dentro una storia è come gestire una costellazione. Io non mi sono identificata in nessuno di loro in particolare e ho scelto di identificarmi in tutta la costellazione. Per raccontare Aida ho attinto anche a parte del mio vissuto rispettando però l’identità del personaggio perché io e lei non siamo la stessa persona. Ogni volta che ho preso spunto dalla mia vita per scrivere di Aida, mi sono chiesta cosa avrebbe fatto lei, come si sarebbe comportata e come avrebbe reagito, tenendo sempre presente la sua storia, le sue origini e la sua famiglia. Gli autori devono trovare le domande giuste da fare ai personaggi. Quando entri nella materia viva anche il percorso di scrittura è un percorso di esplorazione di quell’universo che impari a conoscere mentre scrivi. Scrivere è riscrivere e rivedere.

La scrittura è un continuo viaggio di avanti e indietro ed è una cosa meravigliosa perché non è solo il lettore che scopre gli accadimenti mentre legge, è anche lo scrittore che scopre come va e dove va la storia mentre la scrive. Ciò che fa uno scrittore è mettere delle calamite su un tavolo e poi vedere che cosa succede quando reagiscono tra di loro.

 

Quando il personaggio segue la propria strada 

Volevo toccare anche questo argomento del fratello di Aida, Idro. C’è una frase molto bella in cui lei, guardandolo, dice: “Vedevo in lui la bellezza di essere vivi ma era una bellezza che passava per la malattia”. Lui avrà una reazione a questa sua nuova vita che sarà molto diversa da quella della sorella.

Ibra è l’unico membro della famiglia che nasce in Italia al riparo dall’orrore della guerra e della fuga. Loro arrivano da una cultura rurale in cui il figlio maschio è più importante della figlia femmina; aspettavano questo figlio maschio destinato a riscattare tutta la famiglia. Forse Ibra, a modo suo, sente questa pressione su di sé e a un certo punto trova il modo di scartarla attraverso la malattia che compare all’improvviso e che di nuovo spariglia le carte di questa famiglia a vent’anni di distanza dalla fuga. La malattia di Ibra è come un nuovo imprevisto che li mette alle strette, un rovescio del destino che li costringe interrogarsi su chi sono come famiglia. 

Per tutto il tempo del libro loro cercano di ricompattarsi intorno a un centro perché la guerra è una forza centrifuga fortissima che frantuma i nuclei famigliari e li sparpaglia in tutto il mondo.  Ibra vive una guerra nella sua mente, disgregata e in conflitto. Quella guerra è la stessa che vive la sua famiglia. Si arriva a un esito di riunificazione, è come se si ritrovassero e si riconoscessero.

Come esseri umani bisogna che accogliamo su di noi la responsabilità del fatto che il male che facciamo e che permettiamo venga fatto, non sempre si può riparare nello spazio di una vita. Non tutto si ripara. Non si può sempre guarire da tutto il dolore provato. Da scrittrice e da essere umano, desideravo per Ibra un destino diverso e per me è stato un personaggio dolorosissimo da scrivere, da riscrivere e da revisionare.

 

Un accesso a mondi inaccessibili 

In che senso la scuola diventa il territorio di Aida, una cosa solo sua?

I genitori di Aida non comprendono lo studio: la madre è analfabeta e il padre si disinteressa completamente della scuola perciò quello è un territorio completamente neutrale dove Aida non deve sopportare lo sguardo giudicante dei genitori, dove può esprimersi liberamente. Attraverso lo studio Aida ha accesso a dei mondi inaccessibili per i suoi genitori che percepisce esclusivi. Per Aida, la scuola è il grande luogo di sperimentazione e di indagine su sé stessa; lì riesce a trovare delle risposte che non trova nel mondo culturale dei genitori. 

Lei vive a cavallo tra due culture che i genitori tengono ben separate. 

I genitori di Aida e Idro perdono di vista l’ingrediente fondamentale di una relazione che è l’ascolto dei figli: non li ascoltano più, non li vedono più e questi ragazzi diventano delle zattere nel mare.

 

 

Secondo me una scrittura di qualità è una scrittura che parte da presupposti onesti cioè il lettore non va mai manipolato, non va mai ingannato, non vanno mai cercati dei trucchetti perché il lettore è molto intelligente sia a livello intuitivo che a livello istintivo e intellettuale.

Alessandra Carati

editare un libro

Individuare le tematiche di una storia 

Un tema molto importante è quello della casa.

Hanno tutti perso una casa e, nello spazio di pochi giorni, sono stati catapultati altrove senza la possibilità di salutare nessuno. 

Con la guerra sono passati dall’essere profughi all’essere esuli, due condizioni molto diverse perché il profugo ha un orizzonte nello sguardo che è la possibilità del ritorno mentre l’esule non ce l’ha più. La Bosnia Erzegovina, con gli accordi di Dayton, viene divisa in gabbia etniche e loro di fatto non hanno neanche fisicamente più un posto dove tornare. 

Erano consapevoli di aver perso tutto. Non un tutto retorico o iperbolico, ma un tutto reale. Loro hanno perso persino la possibilità di seppellire i morti perché i cadaveri vengono smembrati in modo che sia impossibile una conta effettiva delle vittime.

Aida vede i genitori completamente alla deriva ed è consapevole che si trovano a vivere una situazione fisica, emotiva e quotidiana difficilissima.

 

Trovare un editore e un editor 

Come è stato il tuo percorso verso l’editore che poi ti ha pubblicato e il tuo rapporto con l’editing?

Il rapporto col tuo editor, quando funziona, è un rapporto di fiducia molto simile al rapporto tra paziente e medico. Tu gli dai il corpo del testo, permetti e alimenti che lui ci metta le mani e lo fai con la massima fiducia perché se non c’è fiducia non funziona la relazione e non funziona neanche l’obiettivo finale. L’incontro con il mio editor per me è stato folgorante; lui è stato anche la persona che ha proposto il libro in casa editrice perché lo ha visto, l’ha riconosciuto e ha sentito importante la storia. Un buon editor ha sempre a cuore il libro non l’autore perché il libro viene prima di tutto. Da scrittore riconosci nell’editor l’autorevolezza, la capacità, la bravura e la sensibilità di migliorare il romanzo fino al momento in cui è pronto, il lavoro è concluso e si mette un punto finale.

 

Il Premio Strega: come funziona? 

Vorrei che ci raccontassi bene come funziona il Premio Strega e come l’hai vissuto tu. Gli amici della domenica esistono davvero?

L’iter è questo: un amico della domenica può proporre, entro la fine di febbraio, un autore qualsiasi e per i motivi più svariati. Vengono selezionati dodici libri e, dal 31 marzo all’8 giugno, gli amici della domenica, un corpo elettorale di quattrocento persone, votano tre libri. 

La dozzina diventa una cinquina. C’è una deroga riguardante gli autori pubblicati da piccole case editrici indipendenti per cui, se gli autori che fanno parte della cinquina sono stati pubblicati da editori grandi, viene scelto un sesto libro di un editore che viene considerato più piccolo. 

Gli amici della domenica votano di nuovo da giugno all’inizio di luglio esprimendo una sola preferenza. Si arriva così al nome del vincitore del premio.

Io non mi sarei mai aspettata di entrare in dozzina perché c’erano delle persone con una storia alle spalle più forte della mia; è stata una grandissima sorpresa. Il Premio Strega è stato un’esperienza meravigliosa e faticosissima, ho solo ricordi belli anche perché ci sono andata un po’ così, per gioco, con l’editore. C’era incoscienza e tutto ciò che è arrivato per me è stato un regalo enorme.

 

Come si migliorano i testi? La scrittura di qualità 

Se dovessi dare qualche consiglio riguardo a quella che, secondo te, è una scrittura di qualità che cosa diresti a chi vuole migliorare il proprio testo?

Secondo me una scrittura di qualità è una scrittura che parte da presupposti onesti cioè il lettore non va mai manipolato, non va mai ingannato, non vanno mai cercati dei trucchetti perché il lettore è molto intelligente sia a livello intuitivo che a livello istintivo e intellettuale. Credo che si debba davvero pensare molto poco alla pubblicazione e tanto a quello che si sta facendo e trovare un senso, una radice e una forza dentro di sé rispetto alla bontà di quello che si sta creando. Per me, il libro è compiuto nel momento in cui arriva a chi lo leggerà. Mentre scrivo, mi domando sempre in che posizione sto mettendo il lettore, in che stato emotivo lo voglio far stare e se riuscirò a traghettarlo fino alla fine. Bisogna tenere sempre presente il lettore durante la stesura del libro, le sue emozioni perché è parte attiva della vita di un libro.

 

Consigli di lettura 

Hai dei titoli che vuoi consigliare a chi ci segue?  Quali sono stati i libri che hanno segnato la tua gioventù?

Cormac McCarthy mi ha insegnato tantissimo così come mi ha segnato tantissimo la lettura di Alice Munro, Elizabeth Strout, Clarice Lispector. Se penso a scrittrici italiane, Anna Maria Ortese, Cristina Campo ed Elsa Morante sono state un faro per me.

Imparo a scrivere dagli autori che leggo, li uso davvero come dei manuali. Quando per me sono particolarmente preziose, io studio le cose che leggo e alcuni dei miei libri sono proprio tutti pieni di appunti e sottolineature.

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