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esercizi di scrittura creativa

Per scrivere bene serve il talento, vero. Ma, lo sappiamo tutti, non basta. Si rivela utile anche conoscere le principali tecniche espressive che donano ritmo, stile, coinvolgimento alla nostra scrittura.

Hai fatto caso a quando, in una storia, incontri un dialogo? Senza dubbio, è una delle parti che preferisco leggere, i dialoghi tra i personaggi, cioè quei passaggi che, nel linguaggio tecnico, sono chiamate sequenze dialogiche e che, insieme alle altre, ho preso in esame nell’articolo intitolato Sequenze narrative: come riconoscerle e costruirle bene.   

 

I dialoghi e le principali tecniche espressive 

I dialoghi raccontano i personaggi, ci permettono di riconoscerli, sentirli parlare, entrare in sintonia con loro ma anche di detestarli, quando ricoprono un ruolo deprecabile oppure non svolgono una particolare funzione negativa, ma sono antipatici.

Nell’immaginare un esempio di dialogo narrativo, sono sicura che ti saranno venuti in mente quei brani di testo in cui si trovano scambi di battute, botta e risposta e voci che si alternano sulla pagina, magari disposte una sotto l’altra, contrassegnate da segni grafici precisi come virgolette basse o sergenti (« »), virgolette alte (“ ”) oppure trattino lungo (–).

Ma in realtà questa è solo una delle possibilità di riportare la voce dei personaggi, quella più comune e che va sotto il nome di discorso diretto. 

Esistono però anche altri espedienti narrativi in grado di far emergere il parlato di chi è coinvolto nella scena e che fanno parte delle cosiddette tecniche espressive. Ecco quali sono:

  • discorso diretto,
  • discorso diretto libero,
  • discorso indiretto,
  • discorso indiretto libero,
  • discorso raccontato.

Di seguito, ti mostrerò quali siano le caratteristiche di ciascuno e, per illustrare meglio funzione e impiego, riporterò anche degli esempi in cui è possibile riconoscerli. 

 

Discorso diretto 

È quello in cui i personaggi si scambiano battute oppure, se in scena ce n’è uno solo, in cui pronuncia ad alta voce una frase o un’esclamazione e queste vengono precedute da un verbo dichiarativo come dire, chiedere, rispondere, esclamare, aggiungere etc., seguito da due punti, le virgolette oppure il trattino lungo.

In questo caso, il narratore riporta in modo fedele le parole dei personaggi o le proprie, qualora il racconto avvenga in prima persona.
È come se stesse facendo una citazione e quindi, nel proporla, non cambia niente: tempi verbali, avverbi o espressioni di tempo e di luogo rimangono invariati.
Allora, facciamo l’ipotesi che la voce narrante debba riportare la frase di un personaggio che dà un appuntamento a qualcuno in un dato posto e giorno, in questo caso dovrà attenersi alle esatte parole che ha usato lui. Per esempio:
Giovanni le si piazzò di fronte e poi, tutto d’un fiato, disse: “Ci rivediamo domani, qui, alla stessa ora”.

Il narratore si fa portavoce delle parole di Giovanni, come se le avesse registrate e ce le facesse risentire. Chi legge percepisce con evidenza la separazione tra il ruolo di chi racconta e di chi parla, e veste i panni dell’uno o dell’altro a seconda di come procede il racconto. 

Gli esempi letterari di discorsi diretti non si contano, perché i romanzi ne sono pieni, io qui ti propongo questo:

«Ci sono novità, Harald?» chiese lei.
Harald aveva una radio costruita con materiale di fortuna con cui si riusciva a prendere la BBC. «I ribelli iracheni sono stati sconfitti» disse. «Gli inglesi sono entrati a Baghdad.»
«Una volta tanto abbiamo vinto» osservò lei.
(Il volo del calabrone, di Ken Follett, Mondolibri, 2003, pagg. 39-40).

 

Discorso diretto libero 

Si ha quando le parole di chi parla o pensa ad alta voce vengono riportate così come sono state dette, ma senza farle precedere dai verbi dichiarativi di cui sopra (dire, chiedere, rispondere, esclamare…). Qualche volta mancano anche i segni grafici come le virgolette o il trattino utili a rendere visibile in modo evidente la battuta in questione.

Nell’esempio che segue, tratto da Marcovaldo di Calvino, l’autore mette tra virgolette le parole del protagonista, ma, come si vede, senza farle precedere da alcun verbo dichiarativo.

Esempio:

La notte piovve: come i contadini dopo mesi di siccità si svegliano e balzano di gioia al rumore delle prime gocce, così Marcovaldo, unico in tutta la città, si levò a sedere sul letto, chiamò i familiari. «È la pioggia, è la pioggia», e respirò l’odore di polvere bagnata e muffa fresca che veniva da fuori.
(Marcovaldo, di Italo Calvino, Einaudi scuola, 2021, pag.20).

 

Discorso indiretto

Quando un autore o un’autrice vuole riportare le parole dette da qualcuno, ma senza ricorrere al dialogo vero e proprio, può utilizzare il discorso indiretto, in cui la battuta viene riformulata pur senza perdere il suo significato originario. 

Nella frase compariranno i verbi dichiarativi (dire, chiedere, rispondere…), ma non i due punti seguiti da virgolette o trattino. Ci saranno invece delle congiunzioni subordinanti (che, se…) oppure delle preposizioni come di, a seguite, queste ultime, dal verbo all’infinito.

Per esempio, invece di scrivere:

Martina disse: “Ho freddo!” (discorso diretto)

si potrà scrivere:

Martina disse che aveva freddo, (subordinata esplicita)

oppure

Martina disse di avere freddo (subordinata implicita).

Quando si usa il discorso indiretto, però, bisogna fare molta attenzione ai tempi verbali che si sceglie di usare e alle regole della consecutio temporum, nonché agli avverbi e alle espressioni di tempo e di luogo contenute nel discorso riportato. Siccome il ruolo di chi racconta (il narratore) e quello di chi parla non sono più separati, i due piani narrativi si sovrappongono e di questo bisogna tenere conto.

Per spiegare meglio il concetto, riprendiamo l’esempio riportato sopra, là dove ho parlato del discorso diretto:

Giovanni le si piazzò di fronte e poi, tutto d’un fiato, disse: “Ci rivediamo domani, qui, alla stessa ora”.

Se vogliamo trasformare il discorso contenuto nel periodo da diretto in indiretto dovremo scrivere:

Giovanni le si piazzò di fronte e poi, tutto d’un fiato, le disse che si sarebbero rivisti il giorno dopo, lì, alla stessa ora.

L’indicativo presente e la prima persona plurale del verbo “ci vediamo”, usato quando si riporta la battuta di Giovanni in forma diretta, deve diventare “si sarebbero visti” (condizionale passato, terza persona plurale) nella forma indiretta, perché bisogna rendere l’idea che l’incontro avverrà in un secondo momento rispetto a quello in cui Giovanni sta parlando. Occorre, cioè, esprimere un’azione futura nel passato.

E ancora, l’avverbio di tempo “domani” dovrà trasformarsi in “il giorno dopo” e l’avverbio di luogo “qui” diventerà “lì”.

Come esempio letterario di discorso indiretto ti riporto questo:

Gli spiegai pazientemente, che mancando la più piccola bava d’aria, così sottoriva come eravamo, ero ricorso a un vecchio sistema per sentire se veniva, e da che parte, qualche soffio. Sistema che consisteva nel mettere il dito indice in bocca, bagnarlo bene torno torno e poi alzarlo in alto. Se si sente freddo da un lato, vuol dire che da quella parte spira aria. Gli dissi che l’Orimbelli aveva ripetuto il gesto per suo conto e che le ragazze, incuriosite, avevano voluto provare anche loro più volte a sentire il vento come vecchi nostromi.
(La stanza del vescovo, di Piero Chiara, Mondadori-De Agostini, 1986, pag. 58).

I dialoghi raccontano i personaggi, ci permettono di riconoscerli, sentirli parlare, entrare in sintonia con loro ma anche di detestarli, quando ricoprono un ruolo deprecabile oppure non svolgono una particolare funzione negativa, ma sono antipatici.

 

sequenze narrative

Discorso indiretto libero

Per spiegare il concetto di discorso indiretto libero parto subito da un esempio narrativo, tratto da una Novella del Verga:

Ma con tutto ciò Lola di massaro Angelo non si era fatta vedere né alla messa, né sul ballatoio, ché si era fatta sposa con uno di Licodia, il quale faceva il carrettiere e aveva quattro muli di Sortino in stalla. Dapprima Turiddu come lo seppe, santo diavolone! voleva tirargli fuori le budella della pancia, voleva tirargli, a quel di Licodia! Però non ne fece nulla, e si sfogò coll’andare a cantare tutte le canzoni di sdegno che sapeva sotto la finestra della bella
(Vita dei campi – Novelle – Cavalleria Rusticana, di Giovanni Verga, Edimedia, 2022).

Come vedi, all’interno di questo brano, ho sottolineato una parte: si tratta di un discorso indiretto libero.

A raccontare la Novella è un narratore esterno che coincide con l’autore stesso (il Verga), il quale riporta la vicenda in terza persona, ma poi, nel riferirsi a Turiddu, usa l’espressione santo diavolone! voleva tirargli fuori le budella della pancia, voleva tirargli, a quel di Licodia! ed è evidente, a noi che leggiamo, che quella frase è di Turiddu e fa parte del suo personale modo di parlare, ma l’autore non ce lo dice e neppure usa verbi dichiarativi o segni grafici in grado di segnalarlo. A livello di struttura il periodo è tutto attribuibile allo stesso soggetto, ma come significato va invece ripartito tra il narratore e il personaggio di Turiddu.

Il discorso indiretto libero consiste proprio in questo e il Verga ne ha fatto largo uso, perché in grado di trasmettere quel verismo di cui lui fu uno dei massimi interpreti italiani.

 

Discorso raccontato 

Infine, quando il narratore decide di non dare la parola ai personaggi e di raccontare a modo suo non solo le loro azioni, ma anche i loro discorsi, siamo di fronte al cosiddetto discorso raccontato. Il lettore non saprà mai in che termini si sia espresso realmente chi ha parlato, ma soltanto che cosa abbia detto a grandi linee attraverso il racconto della voce narrante. Ancora Marcovaldo ci fornisce un esempio di questo tipo di discorso:

E ai bambini più piccoli, che non sapevano cosa i funghi fossero, spiegò con trasporto la bellezza delle loro molte specie, la delicatezza del loro sapore, e come si doveva cucinarli; e trascinò così nella discussione anche sua moglie Domitilla, che s’era mostrata fino a quel momento piuttosto incredula e distratta.
(Marcovaldo, di Italo Calvino, Einaudi scuola, 2021, pag. 19).

 

Padroneggiare le tecniche significa saper scrivere meglio e raggiungere l’interesse di chi ci legge; non solo, donare ai nostri lettori e lettrici una lettura di qualità.

 

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