esercizi di scrittura creativa

Che cosa vuol dire elaborare un lutto? 

Un lutto è una perdita, non c’è altro da dire: è un vuoto. Perdere una persona cara, ma anche, non sottovalutiamolo, il nostro animale domestico genera un frattura, ci fa sentire alla deriva.

Elaborare un lutto significa perciò guarire, andare avanti, senza dimenticare, ma conservare la meraviglia del vissuto con chi non c’è più, pur concedendosi di affrontare la propria esistenza. La scrittura, però, ci fa davvero “elaborare”? Scrivere, in realtà, ci permette di osservare con occhi diversi il nostro vissuto, di comprenderlo meglio e di proseguire il cammino con un bagaglio forse un poco più leggero.

Proprio da qui è partita le bellissima intervista che mi ha fatto Francesca Favotto su Vanity Fair, la potete leggere integralmente Nel cimitero di Abingdon, la cassetta delle lettere per il paradiso.

Ci sono però degli aspetti che voglio condividere con voi e che riguardano strettamente la scrittura.

 

Quel che affidiamo al vento… o alla carta 

Quel che affidiamo al vento è un romanzo scritto da Laura Imai Messina che ho letto da poco, c’è il riferimento alla cabina telefonica installata nel giardino di Bell Gardia, in Giappone, in cui si recano ogni anno migliaia di persone per alzare la cornetta e parlare con chi è nell’aldilà…

Nel Regno Unito, ad Abingdon-on-Thames, una cittadina situata poco più a Sud di Oxford, è stata installata, nel cimitero di Spring Road, una cassetta della posta di color bianco, che sul fianco reca la dicitura Letters to Heaven, “Lettere al Paradiso”.

Che differenza c’è tra le parole affidate al vento e quelle affidate alla carta?

La parola parlata è volatile, può scomparire, mentre quella scritta no, diventa realtà. E ha un peso diverso. Quando scriviamo, lo facciamo per fissare qualcosa. E se scriviamo a qualcuno che è trapassato, lo facciamo per guarire, anche se questo avviene in maniera spesso inconsapevole e forse neppure cercata.

 

La scrittura terapeutica e il lutto 

Francesca mi ha chiesto se scrivere in maniera terapeutica è solo un modo per affrontare un lutto.

Anche se fosse solo per questo, comunque, non sarebbe affatto poco, ma no. La scrittura con valenza terapeutica è un metodo efficace per guardarsi dentro, per connettersi con la propria interiorità. Partiamo dall’etimologia della parola stessa, terapeutico, che in greco significa “ciò che mi fa stare bene”: oggi anche la psicoterapia è concorde sul fatto che scrivere è una pratica di guarigione, di cura, ma di sé stessi, perché ci guarisce dalla disattenzione, dall’allontanamento da noi stessi. Ti posso raccontare a voce il mio dolore, ma è solo se lo scrivo che ho una restituzione: molti dettagli della nostra storia o di quella relazione riemergono e si aprono panorami inaspettati.

Scrivere fa bene, ci aiuta a ritrovare consapevolezza e benessere, a entrare in connessione con la parte più profonda di noi stessi, chiarendo i nostri obiettivi e portando sollievo ai disagi dell’esistenza.

sequenze narrative

Scrivere per guarire 

Scrivere a qualcuno che non c’è più: perché? Che senso può avere, se sappiamo che nessuno ci leggerà?

Questa pratica apre due canali: il primo è quello di ricordare per tenere in vita, per rendere omaggio a quella relazione, a quell’amore, perché non si disperda. 

Il secondo canale è quello del coraggio di metterci a nudo: scrivere di un lutto, quindi del dolore della perdita, ci consente di rimapparci, di ritrovare le nostre coordinate per ripartire. Scrivere, infatti, permette di metterci a nudo davvero, è un atto di coraggio immenso, ma è solo così che possiamo acquisire una visione diversa, non solo sulla nostra storia, ma anche sul mondo: ci rendiamo conto che quel dolore non è solo nostro, ma è condiviso. Siamo storia nella Storia.

 

Scrittura e Azione 

Quindi, andiamo a sanare quel dolore?

No, attenzione: per sanarlo occorre un lavoro di rielaborazione del trauma, che non spetta alla scrittura terapeutica. La scrittura scardina, riflette, ci consente di osservare e di accorgerci che quel dolore c’è, esiste. Già narrandolo, iniziamo a prenderne le distanze. È come se scrivendo, lo portassimo fuori; una volta fuori, bisogna continuare a camminare per affrontarlo. E mentre lo affrontiamo, possiamo farne altro: una mia paziente, dopo aver scritto della sua perdita, si è resa conto che voleva portare la sua storia ad altre persone nella sua stessa condizione, per aiutarle. La scrittura invita all’azione.

 

Quando la scrittura si fa ascolto 

Scrivere è più uno strumento di ascolto?

Sì, ha a che fare con il sentire. Ci connette con il nostro Sé superiore, quindi con il Tutto. Ha un’energia spirituale potentissima, perché ci dà l’accesso alla memoria involontaria, quella che contiene ricordi e immagini che abbiamo relegato in un cassetto chiuso, per proteggerci. Portare a galla tutto questo richiede un’onestà di intenti che altri strumenti non hanno: scrivo per me, scrivo per arrendermi a me stesso, a me stessa, scrivo per mettermi a nudo e non metto condizioni. È un atto di libertà e di liberazione.

 

Da cosa ci libera la scrittura terapeutica? 

Ci aiuta a lasciar andare il dolore, che non significa dimenticare l’amore che c’era, ma trasmutarlo, sublimarlo: realizziamo quanto c’è stato e anche quanto ci è stato portato via, ma poi lo mettiamo a servizio di un’azione più grande.

Quando il dolore attecchisce nell’anima diventa sofferenza, attaccamento, zavorra; lasciarlo andare significa riprendere a vivere e renderci conto che la morte non è la fine, ma l’inizio di una nuova storia, che ha sempre a che fare con l’amore. Saramago nel suo libro Le intermittenze della morte  racconta che nessuno più muore perché la morte smette di fare il proprio lavoro. Grandi festeggiamenti, perché pare che la tanto agognata immortalità abbia avuto la meglio. Ma presto nulla funziona più come dovrebbe perché la morte non è la «nemica» della vita, bensì l’unica condizione in grado di farci vivere meglio. Se ci rendiamo conto che siamo destinati a una fine, benché non sappiamo quando sarà, allora forse iniziamo a vivere subito una vita a misura dei nostri sogni.

Scrivere una lettera a chi non c’è più 

Spesso possiamo sentire l’urgenza di tirar fuori quello che abbiamo dentro e metterlo in una lettera, ma se non sappiamo come fare, come iniziare a lasciar correre la penna sulla carta, esistono delle modalità per poter almeno iniziare?

Esistono delle frasi chiave che possono innescare la scrittura. La prima è cominciare la lettera con Ho ancora da dirti questo…” e poi proseguire con il flusso di coscienza. Il secondo incipit può essere: Ci sono ancora parole che ho per te…”. In alcuni casi, dopo che iniziamo a scrivere, si apre un bivio: o il dialogo prosegue all’infinito, con una serie di lettere, in una conversazione immaginaria; oppure, a un certo punto, le parole si esauriscono, come se quello che avevamo da dire all’altro o all’altra fosse finito. Non c’è giusto o sbagliato, solo due modi diversi di trasformare il dolore in vita.

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