C’è una questione che mi interessa da sempre, una domanda a cui torno spesso: la scrittura può essere davvero individuale, intima? Sembrerebbe di sì. 

Lo scrivere ha senza dubbio due dimensioni: personale e collettiva.

Viene naturale chiedersi che cosa determini una catalogazione piuttosto che un’altra oltre alla definizione che ci appare intuitiva quasi scontata. La scelta dello scrittore, certo, senza dubbio ha un peso determinante.

Se decido di scrivere un romanzo avrò come obiettivo quello di rivolgermi ai lettori, non penso di tenere per me la mia scrittura, anzi, voglio raggiungere la forma migliore e il contenuto più accattivante per chi mi leggerà. Così se sto lavorando su una raccolta di racconti o di poesie con l’intento di pubblicarle, di donarle al mondo, di condividere un’idea, una sensibilità del vivere, un messaggio. 

Sono dirette alla collettività le scritture di denuncia, di testimonianza storica e sociale. Un manuale di qualsiasi genere è per sua natura pensato per fornire indicazioni ad un determinato pubblico.

Testi a più mani: fino a 230

Ci sono poi testi collettivi nel vero senso della parola, scritti a più mani. La scrittura collettiva è una forma di  scrittura che coinvolge più autori di composizioni narrative (se no si parla di scrittura collaborativa, quella per esempio che riguarda la manualistica o le ricerche storiche, sociologiche e di vario genere).

Gli esempi e gli esperimenti in questo caso sono molti.

Non posso non citare un testo che avevo curato durante la mia direzione editoriale a Edizioni Astragalo: Maestre allo sbaraglio.

Pensate è stato scritto da ben 80 maestre più un maestro, quindi da ben 81 persone. In effetti è stato un lavoro di coordinamento incredibile fatto dalle maestre. Questo testo racconta la storia delle Maestre in Italia a partire dal dopoguerra. Presentava un’indubbia difficoltà: tante voci avrebbero trovato un filo conduttore? Come amalgamare storie ed esperienze così diverse nel tempo e nei territori italiani?

Il libro ha trovato una sua grande espressività e devo dire la cosa più bella che possono vantare questi tipi di testi quando sono ben scritti, ben curati e più di tutto ben pensati: la coralità. Emerge la storia della scuola, un quadro sociale incredibile.

Ma ci sono stati testi che hanno ben superato questo numero di autori.

In territorio nemico per esempio con i suoi 115 scrittori – 230 mani – pare sia il romanzo con più autori al mondo: è stato edito nel 2013 da Minimun Fax è stato scritto collettivamente utilizzando il metodo di scrittura collettiva SIC, scrittura industriale collettiva. L’ambientazione è quella dell’Italia sotto occupazione tedesca, dall’ 8 settembre 1943 al 25 aprile 1945. Il soggetto è basato su aneddoti e testimonianze orali raccolte dagli stessi scrittori.

Sono testi che richiedono una forte coesione d’intenti.

scrittura personale

Ma esiste allora una scrittura individuale, personale, del tutto intima?

Anche quando scriviamo una storia personale con l’intento di diffonderla – fosse anche per quattro cinque amici o la nostra famiglia – essa assurge ad una dimensione collettiva.

Ma esiste allora una scrittura individuale, personale, del tutto intima?

Verrebbe da pensare al diario, a quelle scritture terapeutiche fatte a scopo solo curativo, e all’autobiografia quando è ricerca di sé, crescita personale senza altri scopi che l’indagare se stessi.

Un diario può essere collettivo? Non è per sua natura voce intima e personale?

Se pensiamo al Diario di Anna Frank l’autrice non aveva certo intenzione di pubblicare i suoi scritti, neppure avrebbe pensato all’incredibile valore che avrebbero avuto per la società e per l’umanità.  

Così Il mestiere di vivere di Cesare Pavese che – iniziato il 6 ottobre 1935 durante i giorni del confino politico, arriva fino  al 18 agosto 1950, nove giorni prima della sua morte – diventa quasi una forma di meditazione sulla vita, sull’esistere oltre che sull’arte, quindi con un grande valore collettivo. 

Potremmo continuare a lungo.

Diario di una scrittrice, simbolo di un’epoca

Il Diario di una scrittrice di Virginia Woolf diventa il simbolo stesso di un’epoca. 

Nel 1941 Virginia Woolf si toglie la vita annegandosi nel fiume Ouse. Nel 1958 Leonard Woolf decide di raccogliere in volume una selezione di testi tratti dai diari della moglie. L’autrice racconta di sé, dei progetti, del rapporto con la scrittura e con altri autori, affronta questioni di stile ma anche l’angoscia di una società attraversata dalla guerra.

Non si può certo dire che questa scrittura sia solo intima e personale, anzi, rimane uno dei testi di riferimento sia per lo studio della scrittura autobiografica ma anche per il sentimento profondo di un periodo storico di cui le anime più sensibili non potevano che percepirne la tragicità.

 

Eppure anche la scrittura più intima non è mai davvero individuale. Anche quando – pensate l’assurdo – l’autore o l’autrice la intendono segreta, nascosta agli occhi dei più.

Non è personale per due motivi principali.

Primo, quando scriviamo pensiamo sempre ad un lettore, fosse anche il nostro alter ego, una figura immaginaria. L’atto dello scrivere è comunicazioneSì ma con se stessi, potreste obiettare. Con quale se stesso?

E se parliamo a noi stessi parliamo comunque a qualcuno che si stacca da noi per ascoltare.

Questa linea è molto sottile ma per la nostra mente la scrittura è dialogo, comunicazione, esternazione.

Quando scriviamo smettiamo di essere soli.

Iniziamo ad uscire da noi stessi.

Il secondo motivo, ve lo dico, mi emoziona da sempre. Personaggi più illustri di me l’hanno colto e affermato.

Quando anche scrivi di te stesso – proprio perché analizzi il tuo sentire e le tue emozioni – cogli un aspetto che non riguarda solo la tua sfera personale, anzi, stai entrando più che mai in una dimensione collettiva, direi universale.

Se narriamo la nostra storia – lo sperimento ogni giorno con le persone che seguo come writer coach e l’ho sperimentato in maniera molto forte su di me – passo dopo passo ci rendiamo conto di quanto sia in realtà storia nella storia, frammento di una narrazione molto più vasta.

La scrittura della mia autobiografia – dal titolo Ti aspetto qui – ha rappresentato per me una vera e propria svolta, mi sono resa conto di tanti aspetti della mia stessa esistenza che non avevo colto fino a quel momento, le relazioni si sono rivelate sotto differenti punti di vista e tanti punti di domanda hanno trovato risposta.

Iniziamo a percepire quanto ci sia di ogni persona che abbiamo incontrato nella nostra autobiografia, quali apporti siano stati dati e abbiamo dato nel corso della vita.

quando scriviamo non siamo più soli

Quando scriviamo smettiamo di essere soli

La storia personale è universale

In una storia personale entra la storia di una famiglia, di una città, di una comunità, di una determinata società e anche di un’epoca.

In quello che sembra lo sfogo più intimo, urlo silenzioso, assoluto e unico, c’è una voce corale.

Meravigliosa scrittura che ci regala visioni inaspettate, che là dove pensavamo d’incontrare solo la nostra immagine riflessa nello specchio si apre un panorama di una vastità indescrivibile.

Per questo la scrittura cura le ferite dell’anima.

Perché getta un ponte tra noi e gli altri. Perché ci fa sentire meno soli ma in modo particolare perché ci permette uno sguardo ampio che rivela la nostra appartenenza all’umanità.

Narrare se stessi, ripercorrere la propria storia è una scrittura che ci aiuta a vedere con chiarezza, a superare blocchi e a rafforzare i nostri obiettivi. Da dove partire? A volte vorremmo farlo ma non sappiamo da dove iniziare.

Te lo spiego nel video che segue.

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