fbpx
esercizi di scrittura creativa

Andare a capo: sai bene come fare? 

Sai andare a capo? Quando scrivi, intendo. Ti vengono mai dubbi? A me sì e quindi ho voluto fare un breve ripasso delle regole.

Vale la pena ricordare che quando scriviamo un testo, di qualsiasi genere si tratti, oltre a decidere l’argomento e le parole per esprimerlo, compiamo anche una scelta, più o meno consapevole, riguardo al modo in cui desideriamo disporlo e al tipo di respiro che intendiamo suggerire a chi poi lo leggerà. E come lo facciamo? Abbiamo a disposizione diversi segni grafici di interpunzione: virgole, due punti, punti e virgola, punti fermi, virgolette, trattini, punti esclamativi o interrogativi, puntini di sospensione. Tutto questo ci aiuta nella nostra espressività.

Ma c’è anche un altro strumento, di cui a volte si sottovaluta l’incisività, che ci aiuta a donare carattere ai nostri scritti e spesso a renderli addirittura più comprensibili.

Sto parlando degli a capo.

Sì, perché andare a capo non dovrebbe mai essere un’operazione casuale o arbitraria, ma una scelta precisa che risponde al desiderio di dare uno specifico significato ai testi che scriviamo. Oltre al fatto di rispettare anche delle regole che la nostra lingua suggerisce.

E allora vediamo alcuni casi in cui è bene o necessario usare questo strumento.

Andare a capo con il punto 

Sappiamo tutti molto bene che, fra i segni di interpunzione, il punto è quello che indica la pausa più forte.

Si usa quando

  • riteniamo che la frase o il periodo che abbiamo scritto possano considerarsi compiuti,
  • oppure quando abbiamo esaurito il concetto che volevamo esprimere.

Dopo il punto, seguirà una frase nuova che argomenterà in modo diverso lo stesso pensiero oppure ne introdurrà un altro di tutt’altra specie.

Qualche volta, però, dopo aver usato il punto, andiamo anche a capo perché lo stacco tra ciò che è stato espresso in precedenza e quello che diciamo poi è davvero molto rilevante e vogliamo sottolinearlo in modo particolare. Si tratta di un caso in cui sarebbe proprio corretto andare a capo.

Questo vale in linea di massima per qualsiasi scrittura, a prescindere dal genere. Si possono però riscontrare esempi e consuetudini diverse, nell’uso degli a capo, a seconda del tipo di scrittura che analizziamo.

In narrativa, per esempio, per dare un’enfasi speciale a una frase, la si isola dalle altre, nonostante per significato e anche per il tipo di elementi contenuti sia legata alle precedenti.

Oceano mare di Baricco 

Cito come esempio il caso del romanzo Oceano mare di Alessandro Baricco (pag. 171, edizione Feltrinelli, 2019), nella parte dove si presenta il personaggio di Bartleboom che inizia in questo modo:

Andò così. Era alle terme, Bartleboom, alle terme di Bad Hollen, cittadina agghiacciante, se capite cosa voglio dire. Ci andava per certi disturbi che lo affliggevano, cose di prostata, una faccenda fastidiosa, una seccatura. Quando ti becca da quelle parti è una vera seccatura, sempre, mica cose gravi, ma ci devi far attenzione, ti tocca fare un sacco di cose ridicole, umilianti. Bartleboom, lui, andava alle terme di Bad Hollen, per esempio. Cittadina, tra l’altro, agghiacciante.

Ma comunque.

Ecco, quel “Ma comunque” portato a capo e lasciato lì, da solo, quasi in sospeso, ha un significato che va al di là delle parole e, se vogliamo, anche oltre la consuetudine che regolamenta l’uso dell’a capo. Non è una frase nuova, non contiene informazioni ulteriori, non ci sono verbi, soggetti né complementi. Potremmo definirlo un commento ininfluente, se non fosse che costituisce un intercalare consuetudinario della voce narrante, un vezzo che la caratterizza e che si ripete di tanto in tanto per tutto il corso del capitolo inerente a Bartleboom e Baricco lo isola sempre, proprio per rimarcarlo.

Andare a capo nei dialoghi 

Sempre nell’ambito della narrativa ci imbattiamo spesso nei dialoghi e qui il discorso sul come renderli, da un punto di vista grafico, varia da autore ad autore, da una casa editrice all’altra. Ma limitandoci all’uso degli a capo, è facile notare come l’abitudine più diffusa sia quella di disporre le battute di personaggi diversi una sotto l’altra, per aiutare il lettore a capire l’alternanza dei discorsi e a quale interlocutore attribuire le varie battute.

Lo confesso: è la soluzione che preferisco.
Ogni a capo corrisponde a un cambio di voce e questo è un gran vantaggio per chi scrive perché non  costringe a esplicitare, ogni volta, il nome di chi sta pronunciando la battuta in oggetto. D’altro canto, bisogna stare molto attenti a usare gli a capo in modo corretto, perché, in caso contrario, il rischio è quello di confondere le idee a chi legge.

Poniamo di trovare una pagina che riporta il dialogo tra un uomo e una donna e immaginiamo di trovarlo scritto così:

– Sono sempre stata sincera con te – disse lei.

– Su questo non ho dubbi.

– Peccato, però, che adesso i fatti stiano dimostrando il contrario.

– Perché dici così?

In questo esempio c’è un errore di a capo che rende difficile al lettore la corretta attribuzione delle battute ai personaggi. La donna pronuncia la prima frase, ma la seconda (“Su questo non ho dubbi”) di chi è?
Il lettore si aspetta che le battute disposte una sotto l’altra suggeriscano l’alternanza delle voci quindi il “Su questo non ho dubbi” viene ascritto all’uomo, il che fa poi sbagliare le attribuzioni anche delle battute successive. In realtà la battuta in questione è il prosieguo della precedente della donna quindi la corretta suddivisione avrebbe dovuto essere questa:

– Sono sempre stata sincera con te – disse lei. – Su questo non ho dubbi.

– Peccato, però, che adesso i fatti stiano dimostrando il contrario.

– Perché dici così?

Saramago invece va a capo di rado, non usa nessun segno di interpunzione per introdurre le battute di chi parla e non ricorre quasi mai ad altro tipo di punteggiatura al di fuori della virgola e del punto.
L’impatto visivo trasmesso da pagine come queste può farci avvertire, sulle prime, un senso di asfissia, che non trova conferma però all’atto della lettura, perché Saramago usa tutti gli altri strumenti della scrittura con una maestria tale da non farci rimpiangere la mancanza dei segni grafici e degli a capo.

editare un libro

Cecità di Saramago 

Ma se prendiamo un romanzo famoso, dalla nostra libreria, lo apriamo e vediamo crollare tutte le nostre certezze sul come si debbano strutturare i dialoghi tra i personagg? Già.
Il romanzo famoso potrebbe essere, per esempio, 
Cecità di Josè Saramago, perché nell’osservare le sue pagine noteremo che risultano spesso uguali tra loro, dando la sensazione di assomigliare tutte a blocchi compatti.
Ma non parla mai nessuno in questa storia? Ci verrebbe da dire, perché i dialoghi non li vediamo.

E in questo caso il verbo “vedere” è proprio quello più azzeccato, in quanto andare a capo implica una cesura che non si coglie soltanto nel corso della lettura, ma anche quando si guarda la pagina senza leggerla; è evidente la variazione nell’andamento del testo che appare ora rientrante ora sbandierato e interrotto in più punti.

Saramago invece va a capo di rado, non usa nessun segno di interpunzione per introdurre le battute di chi parla e non ricorre quasi mai ad altro tipo di punteggiatura al di fuori della virgola e del punto.
L’impatto visivo trasmesso da pagine come queste può farci avvertire, sulle prime, un senso di asfissia, che non trova conferma però all’atto della lettura, perché Saramago usa tutti gli altri strumenti della scrittura con una maestria tale da non farci rimpiangere la mancanza dei segni grafici e degli a capo.

Queste sono soluzioni, però, che si possono permettere solo i grandi scrittori e che sconsiglio agli autori esordienti o mediamente esperti. A loro, infatti, suggerisco di imparare a conoscere e utilizzare nel modo più appropriato tutti gli attrezzi del mestiere a disposizione, punteggiatura e a capo compresi.

Andare a capo nella scrittura per il web 

Quanto detto finora sull’uso dell’a capo vale per tutti i tipi di scrittura, tuttavia si è visto come la narrativa pieghi alle proprie esigenze l’utilizzo delle norme e consuetudini linguistiche per ottenere particolari effetti oppure per ragioni di puro stile.

Se però entriamo nel mondo della scrittura per il web, sia che si tratti di articoli per il blog sia di post per i social, noteremo che l’uso dell’a capo è molto più frequente e diffuso. Anzi, in certi casi oltre all’a capo si trovano anche delle righe bianche tra un periodo e l’altro. Puoi anche analizzare l’utilizzo che ne è stato fatto in questo stesso articolo per trarre qualche riflessione.

Come mai?

La ragione è semplice: leggere su uno schermo, invece che su una pagina, richiede uno sforzo visivo maggiore. Se il testo è suddiviso in piccoli blocchi è più leggibile e accattivante rispetto a quelli che appaiono come colonne lunghe e monolitiche.

L’astuzia, poi, di creare brevi paragrafi titolati aiuta l’occhio a cogliere i punti salienti di ciò che si sta raccontando e in genere questo è molto apprezzato dai lettori che, ricordiamolo, spesso fruiscono di questi testi dal cellulare, dove il campo visivo è ancora più ridotto e la lettura, attraverso i vari scroll, procede in senso verticale.

L’ultima considerazione la riservo ai testi delle e-mail.

Devono essere curati sotto tutti i punti di vista compresi gli spazi tra un periodo e l’altro e gli a capo. Per loro valgono le regole della buona scrittura e in particolare della scrittura per il web, perché passano sempre attraverso vari tipi di device.

Vorresti conoscere meglio l’utilizzo

della punteggiatura e degli a capo nei tuoi testi?

Hai bisogno di una revisione formale?

CONTATTAMI

 CONTATTAMI

Privacy Policy

LEGGI ANCHE

Imparate a scrivere ascoltando le storie e studiando

Imparate a scrivere ascoltando le storie e studiando

Imparate a scrivere. Sì, ma come s’impara a scrivere? Ci sono varie strade ma sono molto interessanti quelle che ci consiglia, raccontando la sua esperienza, una grande autrice come Alessandra Carati che è stata ospite della quinta puntata del format “Una storia...

Pin It on Pinterest

Share This