
Show, don’t tell: che cos’è e perché conta
Quando “dici” etichetti l’emozione. Se la mostri, invece, è farla accadere davanti agli occhi.
Attraverso immagini, ritmo, azione i lettori partecipano a ciò che accade. Ecco subito un esempio.
Dire “Era triste.” significa mettere un’etichetta, spiegare.
Invece in questo caso mostri: “Tiene la tazza con due mani, ma il tè è già freddo. Il suo sguardo è altrove.”
Ricorda che non tutto va mostrato. Suggerire, evocare sono i verbi di una buona resa narrativa.
Dal dire al mostrare: principi chiave
Ci sono accorgimenti che si possono utilizzare per rendere più efficaci le nostre descrizioni. Non dimenticare mai che la scrittura è mestiere e in quanto tale prevede che s’imparino regole di base che poi, certo, possono essere ampliate ed espanse.
Verbi d’azione vs. verbi deboli
Quando ci appoggiamo troppo su verbi come essere, avere, sentire, potere, la frase “si siede”: l’emozione resta astratta, lontana. Prova invece a scegliere verbi che fanno e mettono il corpo in scena. Invece di “Aveva freddo”, lascia che il gesto parli: “Strinse la sciarpa fino a nascondere il mento”. Quel “strinse” attiva l’immagine, fa entrare chi legge nella scena. Pensa a verbi che toccano e spostano: stringere, sfiorare, trascinare, trattenere. Sono azioni piccole ma molto precise: mostrano lo stato d’animo senza nominarlo, e la pagina prende vita.
Dettagli sensoriali mirati (non troppi)
Quando descrivi un ambiente, non serve un catalogo di oggetti: bastano pochi segnali scelti bene. Uno, due, massimo tre dettagli non ovvi possono far vedere tutto il resto. Invece di dire “La cucina era in disordine”, accompagna chi legge dentro la scena: “La padella con l’olio rappreso, tre tazze sbeccate vicino al lavello, briciole di panettone nel mese di maggio.” Quei particolari non elencano: suggeriscono. L’olio fermo racconta che nessuno ha pulito; le tazze sbeccate parlano di abitudini, trascuratezza, tempo; le briciole fuori stagione accendono una stonatura significativa. Con pochi tocchi sensoriali, la stanza prende corpo senza appesantire la pagina.
Dialogo e sottotesto
Nel dialogo, le parole sono solo la punta dell’iceberg: quello che conta davvero scorre sotto, nei silenzi e nei gesti. Un buon botta e risposta non spiega, fa intuire. Le pause, le frasi troncate, i cambi di tema sono i luoghi del non detto.
C’è vento, oggi.”
“Già.” (infila la chiave in tasca, ma non apre)
“Hai preso tutto?”
“Quello che serviva.”
Qui non si nomina l’argomento vero, eppure lo sentiamo. La chiave che resta in tasca, la risposta breve, la domanda neutra che schiva il centro: il lettore viene guidato nel sottotesto, forse una partenza, forse una fine. Quando scrivi, lascia entrare i gesti tra le battute e non temere i vuoti: è lì che la relazione si mostra senza essere spiegata.
Gesti e micro-azioni (beat)
Le micro-azioni tra le battute raccontano tono e tensione: lo sguardo scivola, la mano trema, il piede batte. Inseriscile come per dare ritmo e corpo.
Esempi di show, dont’ tell
Ho voluto raccogliere alcuni esempio molto significativi, calati nel contesto del genere narrativo, per poterti fornire esempio concreti di show don’t tell in modo da evitare errori che sono diventati ormai dei cliché.
Autobiografico/intimo
Prima (dire): “Ero molto ansiosa al colloquio.”
Dopo (mostrare): “La penna mi scivolò due volte. Scelsi la sedia più vicina alla porta.”
Perché funziona: l’ansia emerge da corpo e scelte di fuga. Niente etichette: solo indizi leggibili.
Narrativa
Prima (dire): “Marco era arrabbiato con sua sorella.”
Dopo (mostrare): “Marco piega la lettera in quattro, poi in otto. La piega ancora finché scricchiola.”
Perché funziona: ripetizione + suono fisico = tensione accumulata. Il lettore sente la rabbia.
Saggistica/brand storytelling
Prima (dire): “Il nostro servizio clienti è rapidissimo.”
Dopo (mostrare): “Chat aperta alle 9:03. Alle 9:06 Laura invia il tutorial di tre passi. Alle 9:09 l’ordine è di nuovo online.”
Perché funziona: cronologia concreta = prova, non promessa.
Checklist rapida “Mostra, non dire”
E ora anche una checklist che puoi utilizzare per verificare di aver prestato attenzione a costruire bene la narrazione.
Ho etichettato l’emozione o l’ho resa visibile?
Ci sono 1–3 dettagli sensoriali specifici (non un inventario)?
Ho sostituito aggettivi/avverbi con azioni e gesti?
Il dialogo contiene sottotesto (pause, deviazioni, silenzi)?
L’ambientazione aggiunge significato alla scena?
Ho tagliato spiegazioni ridondanti dopo una scena già chiara?
Nel dialogo, le parole sono solo la punta dell’iceberg: quello che conta davvero scorre sotto, nei silenzi e nei gesti. Un buon botta e risposta non spiega, fa intuire. Le pause, le frasi troncate, i cambi di tema sono i luoghi del non detto.

Errori comuni (e come evitarli)
Sapere che cosa non funziona ti aiuterà a non commettere errori.
1) Sovraccarico sensoriale
Perché accade: nel tentativo di “mostrare”, accumuliamo odori, colori, suoni. Il risultato è un inventario che rallenta e distrae.
Segnali d’allarme: elenco di dettagli scollegati; la frase perde direzione; chi legge “vede tutto” ma non sa cosa conta.
Come evitarlo: scegli 1–3 dettagli che spostano davvero il senso della scena (contrasto, simbolo, azione).
Chiediti: se tolgo questo dettaglio, cosa perdo?
Micro-check: evidenzia ogni dettaglio sensoriale; taglia quelli che non contribuiscono a emozione, conflitto o avanzamento.
Troppi dettagli confondono: seleziona quelli che spostano il senso.
2) Metafore gonfie o oscure
Perché accade: cerchiamo originalità a tutti i costi e finiamo per creare immagini che richiedono un’ulteriore spiegazione.
Segnali d’allarme: se dopo aver scritto una metafora senti il bisogno di “spiegarla”, non sta lavorando.
Come evitarlo: preferisci immagini pulite, radicate nell’esperienza comune; usa la metafora come accento, non come sostituto dell’azione.
Evita metafore gonfie o oscure. Preferisci immagini pulite: se devi spiegarle, non funzionano.
3) Lo spiegone dopo la scena
Perché accade: temiamo che il lettore “non capisca” e aggiungiamo una spiegazione che ripete ciò che la scena ha già mostrato.
Segnali d’allarme: frasi che iniziano con “In realtà…”, “Questo perché…”, “Insomma…” subito dopo una scena efficace.
Come evitarlo: fidati della scena. Se serve orientamento, usa una riga di transizione neutra (tempo/luogo/obiettivo), non un commento emotivo.
In revisione, taglia la frase che spiega ciò che il paragrafo precedente mostra. Di solito non serve.
Fidati: quando la scena regge, il commento spiazza.
4) “Dire travestito” da aggettivi/avverbi
Perché accade: crediamo di mostrare usando parole come “nervosamente”, “felicemente”, ma in realtà stiamo etichettando.
Segnali d’allarme: verbi generici + avverbi emotivi (“guardò tristemente”, “rispose freddamente”).
Come evitarlo: sostituisci l’avverbio con un gesto, una scelta, un oggetto che renda visibile l’emozione.
Procedura in 3 passi:
- Trova verbi generici (“andare, fare, dire, camminare”).
- Elimina l’avverbio emotivo.
- Aggiungi un’azione concreta che sposti il significato.
Esempio :
“Camminò nervosamente” è dire.
Mostra: “Si fermò a ogni vetrina senza guardare dentro.”
Dalla pagina alla pratica: come dosare mostrare e dire
Pensa al testo come a un respiro narrativo.
Mostrare è l’inspirazione profonda: entri nel corpo della scena – spazio, gesti, tempo che scorre.
Dire è l’espirazione: chiarisci, colleghi, fai avanzare senza trattenere il fiato troppo a lungo.
Una regola semplice
Scene cruciali → Mostra (immersione).
Usa azioni, dettagli sensoriali, dialoghi con sottotesto. Qui il lettore deve vivere l’istante.
Esempio: invece di “Il litigio fu pesante”, scrivi la scena del litigio (mani che cercano le chiavi, frasi interrotte, un piatto lasciato nel lavello).
Passaggi di transizione → Di’ (orientamento).
Riassumi cambi di luogo/tempo o azioni non decisive. Mantieni il testo snello con frasi-ponte.
Esempio: “Più tardi, in stazione, decise di non chiamarlo.” (Una riga, e la storia avanza).
Testo informativo o didattico → Di’ con esempi che mostrano.
Spiega con chiarezza e inserisci micro-scene o casi concreti.
Esempio: in un articolo sul customer care, spiega la procedura (dire), poi aggiungi una sequenza temporale reale (mostrare).
Il “dosatore” pratico: come scegliere in 10 secondi
Fatti queste domande:
- Qui c’è un cambiamento emotivo/di potere? Se sì → Mostra.
- Se riassumo, perdo tensione o solo minuti? Se perdi solo minuti → Di’.
- La lettrice deve sentire il corpo/lo spazio? Se sì → Mostra.
- Serve orientare velocemente (dove, quando, perché)? Se sì → Di’.
Struttura micro: alternanza all’interno di un paragrafo
Un paragrafo “respira” bene quando alterni una micro-scena a una riga di orientamento.
Mostrare (micro-scena): “Spense la sveglia al primo squillo, ma restò con gli occhi aperti. La camicia ancora nel sacchetto del negozio.”
Dire (orientamento): “Era il giorno del colloquio.”
Mostrare (micro-scena): “Tagliò l’etichetta con i denti; le forbici erano finite in fondo allo scatolone.”
Questo ritmo impedisce lo “spiegone” e allo stesso tempo non disorienta.
Dosaggio per funzioni narrative diverse
Aperture di capitolo/scena: Mostra per agganciare (gesto, immagine, suono).
Salti temporali: Di’ in 1–2 righe (“Passarono tre inverni così.”) e poi mostra il nuovo stato.
Snodi emotivi (decisioni, confessioni): Mostra i pre-segnali (mani, respiro, oggetti), di’ in una riga la decisione se serve chiarezza.
Retroscena/importante ma non centrale: Di’ in sintesi, magari con un unico dettaglio “vivo” per non gelare la pagina.
Indicatori di distanza: quanto vicino vuoi stare?
Mostrare ↓ distanza (POV ravvicinato, tempo presente o passato prossimo, verbi d’azione, dettagli sensoriali).
Dire ↑ distanza (riassunto, passato remoto/imperfetto, verbi statici, cornici esplicative).
Scegli la distanza in base all’effetto voluto: empatia alta → mostra; velocità/ampiezza → di’.
Micro-check in revisione
Cerchia verbi come “essere, avere, sentire, provare, sembrare”.
Scegline tre e chiediti: posso sostituirli con un’azione?
Taglia aggettivi/avverbi dove l’azione parla da sola.
Inserisci un dettaglio ambientale che racconti lo stato interno.
Leggi ad alta voce: il ritmo “mostra” anche con le pause.
Mostrare non è un trucco stilistico significa fare spazio al lettore perché senta e trovi le sue parole dentro le tue.
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