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La voce narrante: chi racconta la storia?

Ma chi è la voce narrante? Diciamo la verità, ci viene subito in mente la voce che racconta la storia.  Attenzione: essere l’autore che racconta la storia non significa però rivestire il ruolo di narratore. Il caso in cui voce narrante e narratore si equivalgono è quello dei testi di memoria, di scrittura autobiografica. 

I racconti sono calamite che hanno il potere di attirare l’interesse di chi ascolta o di risvegliarlo quando la soglia di attenzione si abbassa, ma la loro forza dipende da chi li propone, dal modo in cui sono presentati, dalla voce che li veicola. 

Anche per la scrittura vale lo stesso e anche qui si parla di voce narrante, ma mentre in un racconto orale chi parla è davanti a noi, con la sua persona, il suo timbro, la sua mimica, nei libri l’autore può nascondersi dietro la voce di qualcun altro e suscitare sensazioni diverse.

Quando inizi a scrivere allora domandati che tono vuoi attribuire alla storia, chi vuoi che la racconti, che reazione desideri provocare in chi la leggerà.

Diversa – la voce narrante – eppure connessa al punto di vista.

Sono due concetti diversi, ma strettamente connessi e spesso interdipendenti. 

Al punto di vista narrativo ho dedicato un articolo specifico al quale ti rimando  (Il punto di vista narrativo: come sceglierlo e perché) 

Qui basti solo ricordare che i tipi di punti di vista in cui collocare la narrazione possono essere due: interno ed esterno.

Voce narrante con punto di vista interno

Il punto di vista interno è quello di chi porta il lettore dentro la storia, affiancandolo a uno o più dei personaggi che la stanno vivendo. Ne deriva che la vicenda verrà letta e raccontata attraverso gli occhi e la voce dei personaggi che si sono scelti.

L’autore si astiene dal fare commenti, esprimere pareri, addurre chiavi di lettura: scompare dietro al personaggio che ha eletto come proprio portavoce.

Prima persona – protagonista

Un esempio ci è fornito da “Il giovane Holden” di J.D. Salinger

Se davvero avete voglia di sentire questa storia, magari vorrete sapere prima di tutto dove sono nato e com’è stata la mia infanzia schifa e che cosa facevano i miei genitori e compagnia bella prima che arrivassi io, e tutte quelle baggianate alla David Copperfield, ma a me non mi va proprio di parlarne. Primo, quella roba mi secca, e secondo, ai miei genitori gli verrebbero un paio d’infarti per uno se dicessi qualcosa di troppo personale sul loro conto. Sono tremendamente suscettibili su queste cose, soprattutto mio padre. Carini e tutto quanto – chi lo nega – ma anche maledettamente suscettibili. D’altronde, non ho nessuna voglia di mettermi a raccontare tutta la mia dannata autobiografia e compagnia bella. Vi racconterò soltanto le cose da matti che mi sono capitate verso Natale, prima di ridurmi così a terra da dovermene venire qui a grattarmi la pancia.

La vicenda qui è raccontata in prima persona dal protagonista. La voce è la sua, con i suoi modi di dire (“infanzia schifa”, “compagnia bella”), gli errori tipici del linguaggio parlato “a me non mi va proprio” e il lettore non si scandalizza, perché fin da subito è portato sulla scena, a familiarizzare con il personaggio, anzi impara a conoscerlo proprio dal suo modo di esprimersi. In questo caso la voce narrante non è soltanto lo strumento di cui si serve l’autore per trasmettere la storia, ma anche elemento determinante per caratterizzare il personaggio.

Prima persona – personaggio secondario

Altre volte invece la vicenda è raccontata da un personaggio secondario, che l’ha vissuta ma non da protagonista. Anche in questo caso la narrazione verrà condotta in prima persona, ma chi ce la propone esporrà la propria visione dei fatti. Di ciò che è avvenuto e dei personaggi che lo hanno vissuto, compreso il protagonista, il lettore saprà ciò che la voce narrante ha visto, sentito, saputo, percepito. 

Se si sceglie di usare questa voce non si possono descrivere i pensieri e le emozioni dei diversi personaggi, perché chi narra conosce soltanto i propri.

È questa la scelta operata da Italo Calvino ne “Il barone rampante”:

Fu il 15 di giugno del 1767 che Cosimo Piovasco di Rondò, mio fratello, sedette per l’ultima volta in mezzo a noi. Ricordo come fosse oggi. Eravamo nella sala da pranzo della nostra villa d’Ombrosa, le finestre inquadravano i folti rami del grande elce del parco. Era mezzogiorno, e la nostra famiglia per vecchia tradizione sedeva a tavola a quell’ora, nonostante fosse già invalsa tra i nobili la moda, venuta dalla poco mattiniera Corte di Francia, d’andare a desinare a metà del pomeriggio. Tirava vento dal mare, ricordo, e si muovevano le foglie. Cosimo disse: – Ho detto che non voglio e non voglio! – e respinse il piatto di lumache. Mai s’era vista disubbidienza più grave.

Persone miste – personaggi multipli

Ne “L’urlo e il furore” di William Faulkner l’autore usa voci narranti diverse, pur mantenendo sempre un punto di vista interno alla vicenda. I quattro capitoli di cui è composto il romanzo contengono i racconti di quattro diverse giornate, ciascuna riportata dalla voce di altrettanti personaggi, tutti membri della stessa famiglia, che usano tutti la prima persona singolare, tranne l’ultimo: la donna di servizio di colore. Quest’ultima infatti, in quanto elemento estraneo alla famiglia, narra la propria parte di storia in terza persona.

Voce narrante con punto di vista esterno

Il punto di vista esterno è invece proprio di chi vuole che il lettore assista alla vicenda da fuori e ottenga allo stesso tempo tutte le informazioni su luoghi, azioni e personaggi della storia.

In questo caso, autore e voce narrante coincidono e lo scrittore si esprime in terza persona

Se l’autore, oltre a riportare i fatti, interviene nella vicenda fornendo chiavi di lettura, interpretazioni, anche relative alla psicologia e al carattere dei personaggi, saremo di fronte ad una voce narrante palese.

Un esempio evidente ce lo fornisce Alessandro Manzoni ne “I Promessi Sposi”. Nell’introdurre i personaggi spesso l’autore si sofferma in considerazioni sul loro modo di essere, come quando descrive Donna Prassede:

Era donna Prassede una vecchia gentildonna molto inclinata a far del bene: mestiere certamente il più degno che l’uomo possa esercitare; ma che pur troppo può anche guastare, come tutti gli altri. Per fare il bene, bisogna conoscerlo; e, al pari d’ogni altra cosa, non possiamo conoscerlo che in mezzo alle nostre passioni, per mezzo de’ nostri giudizi, con le nostre idee; le quali bene spesso stanno come possono. Con l’idee donna Prassede si regolava come dicono che si deve fare con gli amici: n’aveva poche; ma a quelle poche era molto affezionata. Tra le poche, ce n’era per disgrazia molte delle storte; e non eran quelle che le fossero men care.”

Quando invece l’autore si limita a riportare i fatti senza esprimere giudizi o manifestare la propria presenza, si parla di voce narrante esterna impersonale.

È il caso de “I Malavoglia” di Giovanni Verga, come si può dedurre dal seguente brano tratto dal famoso romanzo:

“Un tempo i Malavoglia erano stati numerosi come i sassi della strada vecchia di Trezza; ce n’erano persino ad Ognina, e ad Aci Castello, tutti buona e brava gente di mare, proprio all’opposto di quel che sembrava dal nomignolo, come dev’essere. Veramente nel libro della parrocchia, si chiamavano Toscano, ma questo non voleva dir nulla, poiché da che il mondo era mondo, all’Ognina, a Trezza e ad Aci Castello, li avevano sempre conosciuti per Malavoglia, di padre in figlio, che avevano sempre avuto delle barche sull’acqua, e delle tegole al sole.”

E poi c’è chi sovverte le regole con una voce narrante sui generis

In base a quanto detto finora bisognerebbe affermare che quando l’autore sceglie di usare un punto di vista interno alla narrazione, deve far tacere la propria voce e scegliere a quale dei personaggi delegare il racconto. In una parola, deve rinunciare a un racconto oggettivo – che può registrare cioè le azioni, le intenzioni e gli stati d’animo di tutti i personaggi – e optare per un racconto soggettivo, che invece riporta i fatti soltanto in funzione della parte che in essi ha avuto coloro che li stanno presentando.

Ma in “Storia di una ladra di libri” di Markus Zusak questa regola viene sovvertita mediante una trovata originale: si viene a sapere fin da subito che la storia è raccontata da “una narratrice” molto particolare che, nel prologo, si presenta così:

“In tutta sincerità, mi sforzo di prendere la faccenda allegramente, anche se, a dispetto delle mie proteste, la maggior parte delle persone trova difficile credermi. Per favore, fidati di me. Posso davvero essere allegra. Posso essere amabile. Affettuosa. Affabile. E queste sono solo le parole che cominciano per A. Non chiedermi però di essere bella: essere bella non è da me.”

E poco oltre:

“Potrei presentarmi in modo appropriato, certo, ma non mi pare necessario. Potrai conoscermi abbastanza bene e piuttosto in fretta, dipende da alcune variabili. Ti basti sapere che a un certo punto sarò lì di fronte a te, più cordiale che potrò. Ti terrò l’anima in pugno. Un colore farà capolino dalla mia spalla, e ti porterò via con me, con dolcezza.

Sarai sdraiato (di rado trovo qualcuno in piedi). Avrai le membra rigide. Forse qualcuno ti scoprirà, e si sentirà un grido risuonare nell’aria. Gli unici rumori che udirò dopo saranno quelli del mio respiro, del mio fiuto, dei miei passi.”

La voce narrante è quella della Morte, non proprio presenza fisica del racconto, ma senz’altro attrice sempre in scena nella Germania nazista del 1939, in cui il libro è ambientato.

Dunque un punto di vista interno e la voce narrante di un “personaggio” non protagonista ma che in virtù della sua natura tutta particolare può lo stesso raccontare i pensieri e le azioni di tutti, come farebbe un autore onnisciente con punto di vista esterno.

Si possono anche travalicare le regole, purché si mantenga una coerenza narrativa di base: dire più di quanto la voce narrante che abbiamo scelto possa sapere incide sulla verosimiglianza del racconto e ne intacca la credibilità. E il lettore se ne accorge subito.

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