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Punto di vista narrativo: come sceglierlo e perché

Quante volte, impostando il tuo testo, ti sei domandato quale punto di vista narrativo scegliere? Tante, lo so. 

Ma ora è deciso: tirerai fuori dal cassetto gli appunti che lo stanno intasando, sceglierai l’idea migliore, le darai una chance, dedicherai un po’ di tempo tutti i giorni alla scrittura, lavorerai sodo sui personaggi, sull’accadimento, sulla struttura e sul finale della storia, sceglierai con cura le parole per raccontarla.

Gli ingredienti ci sono tutti. Davvero?

In realtà quando si progetta un libro, tra le tante decisioni che vanno prese a priori ci deve essere anche quella riguardante il punto di vista narrativo che si intende usare per condurre la narrazione. Sarebbe un errore considerarlo qualcosa che verrà da sé, in modo naturale, durante la stesura, un’opzione irrilevante ai fini del racconto. In fondo quel che conta sono la trama e i personaggi, no? No. 

Il punto di vista è il mirino della telecamera puntato sulle scene della tua storia e dentro il quale inviti il lettore a mettere l’occhio. Se la visuale è sfuocata, il racconto risulterà appannato.

Il punto di vista narrativo: questione di descrizione

La metafora cinematografica non è casuale: progettare un racconto è come montare un film; oltre alla coerenza cronologica delle sequenze bisogna stare attenti a dove si piazzano le telecamere.

Tempo e luogo, cronologia e angolazione.

Il punto di vista narrativo ha dunque a che fare con la descrizione, anzi, verrebbe da dire che sia proprio il modo con cui si sceglie di descrivere una storia o un qualsiasi altro argomento. E sappiamo bene quanto incida nella scrittura la capacità di trasmettere al meglio un racconto: è la dote del vero narratore.

Che cosa vuoi ottenere quando scrivi? 

Già, che cosa vuoi ottenere quando scrivi una storia, crei il tuo blog, racconti il tuo lavoro, presenti te stesso? Quali sensazioni vorresti suscitare in chi legge? Quale effetto ti piacerebbe creare? Se stai per scrivere un romanzo, come intendi conquistare il pubblico?

La natura del testo che ti accingi a comporre incide per forza sul modo in cui devi presentarlo. Se stai scrivendo un manuale tecnico-scientifico, lo scopo sarà quello di spiegare o dimostrare qualcosa. Il lettore dovrà ricavare informazioni pratiche dalla lettura, sarete idealmente uno di fronte all’altro: tu che comunichi e lui che riceve e anche la terminologia che userai sarà rigorosa e puntuale. 

Se invece vuoi raccontare un viaggio e far arrivare al lettore le sensazioni che hai provato nel viverlo, andrai alla ricerca di immagini evocative, che trasmettano al meglio le emozioni di quella esperienza. Vorresti che anche chi legge ne provasse di uguali, viaggiasse insieme a te, ti fosse accanto.

Anche le parole che userai allora saranno diverse: libere, originali, spontanee.

Posizione e necessità

Il rapporto scrittore-lettore prevede che i due non solo entrino in relazione, ma assumano una reciproca posizione.

Nell’esempio del manuale tecnico-scientifico sono ricorsa, non a caso, all’espressione uno di fronte all’altro, mentre nel racconto di viaggio ho parlato del desiderio di chi scrive di portare con sé il lettore, di averlo accanto.

I due diversi tipi di testo presuppongono, anzi, esigono due punti di vista distinti.

Se il focus di ciò che stai scrivendo ti è chiaro, scoprirai che esiste un solo punto di vista davvero necessario per comunicarlo in modo efficace.

Nell’ambito della narrativa le possibilità sono tante, perché tante sono le visuali da cui si può raccontare la stessa storia, ma una volta scelta la posizione che vuoi far assumere al lettore, dovrai adottare un certo punto di vista e mantenerlo.

Punto di vista narrativo interno

Vuoi portare sulla scena il lettore? Allora dovrai usare un punto di vista narrativo interno e scegliere a quale dei tuoi personaggi affiancarlo affinché viva la storia attraverso i suoi occhi, pensieri ed emozioni. Ne deriva però che gli accadimenti e tutti gli altri personaggi dovranno essere descritti da questa stessa prospettiva, filtrati dalla percezione che di loro ha il personaggio della cui visuale ti stai avvalendo.

Facciamo un esempio:

[…] Se ne andarono subito via, senza venire a salutarmi di nuovo. Menshiki attese che la Prius sparisse dal suo campo visivo, lasciò passare un momento per spostare l’interruttore della propria mente su una funzione diversa e calarsi sulla faccia l’espressione giusta (forse), poi venne verso l’ingresso.

Ne L’assassinio del commendatore, da cui è tratto il periodo, Murakami racconta la storia attraverso gli occhi del protagonista, di cui non viene mai rivelato il nome. Il lettore conosce gli altri personaggi in funzione di ciò che di loro dice il protagonista e soltanto quando entrano in relazione con lui. 

Nell’esempio riportato sopra il “forse” inserito tra parentesi è indispensabile. Chi sta raccontando vede agire un altro personaggio, Menshiki, e ce ne descrive il comportamento. Se l’autore non avesse attribuito alla descrizione la connotazione del dubbio, sarebbe incappato in un’ingenuità narrativa: avrebbe fatto passare per oggettiva la sensazione soggettiva del personaggio dal cui punto di vista ha deciso di narrare la storia.

Quando si sceglie un punto di vista quindi bisogna stare molto attenti a mantenersi fedeli ad esso per tutto il corso della narrazione.

Punto di vista narrativo esterno

Vuoi che il lettore assista alla storia da una visuale allargata, che abbraccia allo stesso modo e allo stesso tempo tutti i tuoi personaggi e le loro azioni? Allora dovrai avvalerti di un punto di vista narrativo esterno.

Il lettore non si chiederà chi sta raccontando la vicenda, non la metterà in dubbio, non sospetterà che possa essere andata in modo diverso: accetterà la versione che gli viene proposta perché la riterrà oggettiva.

Pensiamo ad esempio a “Il Signore degli anelli”. Il capitolo I del Libro Primo comincia così:

Quando il signor Bilbo Baggins di Casa Baggins annunziò che avrebbe presto festeggiato il suo centoundicesimo compleanno con una festa sontuosissima, tutta Hobbiville si mise in agitazione. Bilbo era estremamente ricco e bizzarro e, da quando sessant’anni prima era sparito di colpo, per ritornare poi inaspettatamente, rappresentava la meraviglia della Contea.”

Tolkien sceglie un punto di vista esterno che gli dia la libertà di raccontare tutto di tutti. Nel Prologo dichiara di aver ricavato la storia dai testi della tradizione Hobbit, quindi si pone nei confronti del lettore come un relatore che riporta quello che ha scoperto. È un evidente espediente narrativo che motiva però i toni del racconto e consente al lettore di sapere fin da subito quale posizione assumere nei confronti di ciò che leggerà.

 

 

 

Punto di vista narrativo e voce narrante sono due cose diverse

Il punto di vista narrativo e la voce narrante sono due cose diverse, anche se correlate e spesso dipendenti l’una dall’altro, ma mentre il punto di vista ha a che fare con il dove vuoi collocare il lettore rispetto alla storia che racconti, la voce narrante riguarda invece chi vuoi che racconti quella stessa storia. 

L’autore molte volte si serve di una voce narrante diversa dalla propria dietro cui nascondersi; in questo caso sceglierà un punto di vista interno e si avvarrà di uno o più suoi personaggi per raccontare i fatti.

Se invece autore e voce narrante coincidono, la storia verrà raccontata da un punto di vista esterno, per lo più in terza persona singolare.

Ti consiglio di leggere l’articolo La voce narrante: come renderla al meglio?

 

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