Lettera a se stessi

I dialoghi: diciamo la verità, quando leggiamo un racconto o un romanzo, i dialoghi sono i momenti che ci piacciono di più, quelli in cui abbiamo la sensazione di vedere in azione i personaggi di cui ci siamo fatti un’idea precisa nella testa.

La sequenza dialogica in un testo è quel tocco di vita che anima la narrazione e la rende dinamica, ma a patto che sia costruita bene.

Il dialogo, lo scambio di battute tra personaggi, ha a che fare con l’udito e con il suono della voce di chi parla. Il richiamo immediato a uno dei nostri cinque sensi rende bene l’idea di quale sia l’impatto che può avere sul lettore: può catturarlo dandogli la sensazione di trovarsi dentro la scena, testimone diretto di una conversazione. Il coinvolgimento è totale e il potenziale emotivo di un dialogo ben fatto davvero straordinario.

Creare personaggi: dimmi come parlano

Una delle funzioni dei dialoghi è allora di trasmettere emozioni, in modo particolare quelle che provano i personaggi nel momento esatto in cui stanno parlando. Dalle loro parole può trapelare disagio, soddisfazione, arroganza, tristezza, paura, rancore, amicizia: tutta la gamma delle sensazioni possibili.

Le parole che si deciderà di far pronunciare loro sono importanti tanto quanto i gesti che le accompagneranno, perché dispensano l’autore dal fornire spiegazioni al lettore riguardo allo stato d’animo di chi le sta pronunciando.

D’altro canto è risaputo che il suono della voce così come la gestualità di una persona sono diversi  da quelli di chiunque altro e anche il modo di parlare differisce tra una persona e l’altra. Attraverso ciò che diciamo e ancor più dal modo in cui lo comunichiamo traspare la nostra personalità.

Il dialogo quindi è lo strumento più potente, di cui uno scrittore dispone, per far emergere il carattere dei propri personaggi direttamente da loro, senza intromettersi per descriverli e il lettore si farà da solo l’idea dei tratti psicologici di chi ha davanti. E se il lavoro sui personaggi e sulla loro voce è stato ben condotto, non ci sarà nemmeno bisogno di precisare a chi appartengano le battute.

 

Personaggi letterari. La coerenza nel parlato

Il modo in cui parlano i personaggi letterari fa dunque parte delle loro caratteristiche peculiari, quelle che ce li fanno riconoscere subito, amare o detestare, non appena aprono bocca; ecco perché occorre prestare molta attenzione alla coerenza del loro modo di esprimersi.

Il genere di linguaggio che si sceglie per loro all’inizio deve mantenersi costante nel corso di tutta la narrazione e deve essere sempre calato alla perfezione sulla loro personalità o stato d’animo.

Se per esempio uno dei protagonisti di una storia è un giovane liceale a cui sono sempre state attribuite espressioni gergali marcate che denotano disinvoltura al limite della spregiudicatezza, non si potrà fargli esclamare “Santi numi!” quando dovesse essere colto di sorpresa. L’espressione suonerebbe falsa, inverosimile e il lettore ne coglierebbe la stonatura come una stecca a teatro.

L’incoerenza della voce dei personaggi costituisce una caduta narrativa alla stessa stregua delle contraddizioni descrittive, temporali o di azione.

 

Errori da evitare nei dialoghi

Sembrerebbe che allora basti prestare orecchio alle conversazioni cui assistiamo o partecipiamo tutti giorni, prendere appunti e poi trascriverle più o meno simili nei nostri romanzi per essere sicuri di costruire dialoghi ineccepibili. Invece no.

 

Verosimili, ma non veri

I dialoghi narrativi devono essere verosimili, ma non veri. Occorre cioè che siano caratteristici del personaggio a cui sono attribuiti, coerenti con la sua personalità, differenti nel tono, nella scelta dei vocaboli, e persino nei costrutti sintattici dalle parti di testo descrittive, da cui si distinguono per finalità e funzione, ma diversi anche dai dialoghi reali. Questo perché quando parliamo usiamo tante, troppe parole, tendiamo a ripetere gli stessi concetti, a perderci in convenevoli che in un romanzo risulterebbero stucchevoli, ci interrompiamo a vicenda, usiamo spesso frasi che non finiscono – i cosiddetti anacoluti – e costrutti comprensibili a livello di significato, ma che non potrebbero essere riportati uguali in un testo scritto.

Lingua parlata e lingua scritta hanno grammatiche diverse: di questo occorre tenere conto.

 

Troppo perfetti per essere credibili

L’altro errore da evitare nella stesura dei dialoghi narrativi è l’esatto opposto di quello che ho riportato sopra: se non si può trasporre così com’è un dialogo parlato in un testo scritto, non si può neanche formulare battute perfette, ineccepibili in quanto a terminologia, sintassi e consecutio temporum. Nessuno si esprime così, a meno che si abbia a che fare con un personaggio la cui caratteristica sia proprio quella di parlare come un libro stampato.

È ammesso qualche congiuntivo sbagliato o qualche costrutto poco ortodosso, perché quando si parla scappano, purché lo si faccia con discrezione. Anche qui vale però il principio che se la caratteristica di un personaggio è quella di esprimersi in modo sgrammaticato, allora sarà necessario rimarcare e mantenere questa sua peculiarità per tutto il corso della narrazione.

– E tu hai preso i soldi?

– Sì. Li abbiamo presi tutti. Eravamo un centinaio. 

– E poi che cosa è successo?

– Non siamo mai andati alle sue lezioni. 

Gore Vidal, tratto da Giuliano

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Finalizzati a dare informazioni

I dialoghi, lo abbiamo visto, servono a dare corpo ai personaggi e ad esprimere le loro emozioni, ma possono essere anche un intelligente stratagemma per far progredire la vicenda. Infilando nella conversazione quelle informazioni che deve far arrivare al lettore, lo scrittore evita di entrare con la propria voce nella narrazione e ancora una volta scompare dietro ai propri personaggi.

Questo è senz’altro un buon modo di usare i dialoghi, ma anche qui bisogna fare molta attenzione e agire con discrezione.

Il lettore è più astuto di quanto si pensi e se si accorge dell’espediente, specie se ripetuto in più occasioni, potrebbe perdere il gusto della lettura. È come se si rompesse quel patto di fiducia che ha stretto con l’autore dal quale si aspetta una storia capace di portarlo altrove, ma purché strada facendo non si vedano i trucchi di scena e le impalcature che reggono il gioco.

 

Attenzione alle ovvietà

Ai personaggi non si possono far pronunciare ovvietà, non si può mettere loro in bocca concetti che è evidente siano già noti agli interlocutori, solo per farli conoscere anche a chi legge.

Se due amiche che si conoscono da anni s’incontrano al mercato non potranno scambiarsi battute del tipo:

– Anna, ma lo sai che ieri vicino a casa tua, in viale Manzoni 7, ho incontrato Giovanni, tuo figlio?

È superfluo precisare il nome della via e il numero civico dove abita Anna e anche il grado di parentela che la lega a Giovanni, perché entrambe le amiche sono per forza già al corrente di questi dettagli. Qui è evidente che l’autore vuole farli conoscere anche al lettore, ma il tentativo di celarli in un dialogo risulta maldestro.

Come usare la punteggiatura nei dialoghi

I dialoghi nei testi narrativi sono di solito evidenti a colpo d’occhio perché strutturati, da un punto di vista grafico, con frasi di battuta disposte una sotto l’altra e inserite all’interno di segni d’interpunzione precisi.

Dico di solito perché di esempi letterari che contraddicono le consuete norme usate in questi casi se ne potrebbero portare parecchi.

Basti pensare a Cecità di Josè Saramago, di cui trascrivo un breve passaggio, esattamente come risulta nel libro, giusto per dare un’idea di come l’autore tratti i dialoghi:

Sono cieco, sono cieco, ripeteva disperato mentre lo aiutavano a uscire dalla macchina, e le lacrime, sgorgando, resero più brillanti quegli occhi che lui diceva morti. Passerà, vedrà, che passerà, a volte sono i nervi, disse una donna. Il semaforo aveva già cambiato colore, alcuni passanti curiosi…

Qui nessun a capo, nessun segno grafico aiutano il lettore a capire quando prenda avvio il discorso diretto e quando invece il racconto della vicenda. Ma siamo di fronte a giganti della letteratura che si possono permettere questo genere di licenze, in virtù della loro straordinaria abilità narrativa. Nel leggere queste pagine infatti non si è portati a equivocare mai e non s’incontrano difficoltà.

Ma per chi non è Saramago è difficile ottenere gli stessi risultati.

È bene quindi avvalersi dei segni grafici e della punteggiatura utile proprio a scandire il discorso diretto.

 

Tre possibilità di utilizzo della punteggiatura nei dialoghi

Le possibilità sono tre:

virgolette basse o caporali:

«Ciao, Luigi.».

virgolette alte o inglesi:

“Ciao, Luigi.”.

trattini lunghi:

˗ Ciao, Luigi.

Esistono poi anche gli ‘apici’ che possono essere utili, quando si usano le virgolette alte, per mettere in evidenza una parola o un titolo all’interno di una battuta diretta.

Per esempio: “Hai letto ‘Harry Potter e i doni della morte’? Per me è stupendo.”.

Vediamo come usare le diverse opzioni:

Es. 1:

«Che dici, ci facciamo due spaghetti?» Chiese Paolo mimando il gesto della forchetta.

«Meglio un’insalatina» rispose Elena «lo sai che tendo a ingrassare.». (In questo caso si può scegliere anche di usare un solo punto o all’interno o all’esterno delle virgolette).

Es. 2:

“Che dici, ci facciamo due spaghetti?” Chiese Paolo mimando il gesto della forchetta.

“Meglio un’insalatina” – rispose Elena – “lo sai che tendo a ingrassare.”. (Anche qui come sopra).

In questo caso è ammessa anche la forma:

“Meglio un’insalatina – rispose Elena – lo sai che tendo a ingrassare.”.

Es. 3:

˗ Che dici, ci facciamo due spaghetti? ˗ Chiese Paolo mimando il gesto della forchetta.

˗ Meglio un’insalatina ˗ rispose Elena ˗ lo sai che tendo a ingrassare.

Si potrebbero portare ancora molti altri esempi di scelte e usi diversi della punteggiatura all’interno dei dialoghi, ogni autore ha i suoi. Anche le case editrici hanno i propri e quando arrivano loro testi che hanno trattato i dialoghi in un modo diverso, li convertono secondo i propri standard prima di pubblicarli.

L’importante, come autori, è scegliere un tipo di soluzione e mantenerla uguale per tutto il corso dello scritto.

 

Dialoghi ben fatti

A conclusione di questa breve guida dedicata a come scrivere i dialoghi, riporto un paio di esempi letterari di scambi di battute davvero ben costruiti. Consiglio di leggerli, meglio se ad alta voce, alla luce delle considerazioni che ho riportato sin qui, per apprezzarne la vivacità e l’immediatezza. I personaggi sembrano proprio parlare davanti a noi come se, invece delle pagine di un libro, stessimo assistendo ad una scena teatrale o ad una sequenza cinematografica.

Sai cosa penso? – disse.
– Penso che siamo tutti responsabili di ciò che facciamo. Non è colpa degli altri. Non è sempre colpa della genetica, o di come ci hanno fatti crescere, perché ci sono tante persone nate in contesti orribili, che hanno subito ogni sorta di torti e non per questo sono diventate spregevoli. Scegliamo di essere quello che siamo. Diventiamo chi vogliamo essere.
– E tu? Sei diventato ciò che volevi essere?
– Neanche lontanamente.
 

Joe R. Lansdale, tratto da Io sono Dot

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Io sono Dot di Joe R. Lansdale

 Il primo è tratto da Io sono Dot di Joe R. Lansdale:

“Quando ci mettemmo in cammino, gli chiesi ciò che probabilmente aveva già chiesto mamma.

˗ Dove diavolo è mio padre?

˗ Be’, tesoro. Non lo so. Non lo vedo da un po’. L’ultima volta è stato qualche anno fa, poco tempo dopo la sua fuga. Mi ha detto tutto di te. Ti vuole molto bene.

˗ E sa anche come dimostrarlo.

˗ È scappato, ˗ disse Elbert.

˗ Da cosa?

˗ Dalla vita.

˗ Come ha potuto farlo?

˗ Temeva di aver sbagliato tutto con te, e con la sua famiglia.

˗ Ah, grandioso, ˗ dissi. ˗ Quindi ci ha lasciati per migliorare le cose? […]”

Un giorno ideale per i pescibanana di  J.D. Salinger 

Il secondo invece l’ho preso da un racconto di J.D. Salinger, intitolato Un giorno ideale per i pescibanana, contenuto nel libro Nove racconti:

“Dall’apparecchio venne una voce di donna. ˗ Muriel? Sei tu?

La ragazza scostò un poco il ricevitore dall’orecchio. ˗ Sì, mamma. Come stai? ˗ disse.

˗ Ero in pena da morire. Perché non hai telefonato? Come stai? Stai bene?

˗ Ho cercato di chiamarti ieri sera e l’altro ieri. Ma qui il telefono…

˗ Davvero stai bene, Muriel?

La ragazza allargò ancora l’angolo tra il ricevitore e l’orecchio. ˗ Sto benissimo. Fa un gran caldo. Oggi è la giornata più calda che ci sia stata in Florida dal…

˗ Perché non hai telefonato. Ero in pena da…

˗ Mamma, senti, c’è bisogno di urlare così? Ti sento benissimo, ˗ disse la ragazza. ˗ Ti ho chiamata due volte, ieri sera. Una volta erano appena passate le…

˗ L’avevo detto a tuo padre che probabilmente avresti chiamato, ieri sera. Ma lui niente, ha voluto a tutti i costi… Ma stai bene, Muriel? Dimmi la verità. […]”.

 

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