esercizi di scrittura creativa

Quando si sente parlare di figure retoriche è facile che il pensiero corra all’antica Grecia e alla latinità. Sì, perché l’espressione richiama l’arte del ben parlare, il De oratore di Cicerone, i discorsi appassionati e pieni di eleganza che i maestri di eloquenza – i retori, appunto – tenevano per persuadere l’uditorio o esporre argomenti elevati.

C’è del vero in questa suggestione, perché da un punto di vista etimologico il termine “figura” risale al verbo latino fingĕre, nel suo significato di plasmare, modellare. Attribuito alla lingua, allora, si ha subito l’idea di un artificio ovvero di un ornamento in grado di abbellire gli enunciati.

Avvalersi di figure retoriche, quando si scrive o si parla, vuol dire perseguire un’evidente finalità estetica nell’uso della lingua. È come se non fosse sufficiente esprimersi per comunicare o informare l’altro, ma si desiderasse accattivarsene il favore e suscitargli emozioni.

Si arricchiscono le frasi, si va oltre il significato oggettivo dei vocaboli, si gioca con i suoni e la posizione delle parole per il gusto di variare e di dare colore alle proprie espressioni.

 

Figure retoriche principali 

La moderna retorica raggruppa le figure del discorso in tre grandi gruppi:

  1. le figure di suono, che trattano l’aspetto fonico-ritmico, agendo su suono e ritmo della frase; 
  2. le figure sintattiche, dette anche di costruzione o dell’ordine, che riguardano la disposizione, l’ordine delle parole o la loro ripetizione all’interno di una proposizione;
  3. le figure di significato, che incidono sul significato di un termine, evidenziandolo, ampliandolo e rendendolo spesso diverso da quello letterale e comunemente conosciuto.

Vediamole in dettaglio analizzando le più famose.

 

Figure retoriche di suono 

Le parole non sono solo il contenuto che trasmettono, ma anche suono, ritmo, musicalità. La lingua italiana è famosa per essere molto musicale e quando la si usa, per scrivere o per parlare, è bello talvolta fare leva anche su questo suo aspetto.

Le figure retoriche di suono ci aiutano a ottenere lo scopo, provocando effetti gradevoli, ovvero armonici, oppure disturbanti, vale a dire cacofonici, a seconda del tipo di suggestione che si vuole provocare. Tra le principali ecco quelle che ricordiamo.

 

Allitterazione 

Dal latino allitteratio, derivato di littĕra cioè lettera, è la ripetizione di un suono oppure di una serie di suoni uguali o simili all’inizio o nel corpo di due o più parole successive.

Per esempio:

Il tuo trillo sembra la brina

che sgrigiola, il vetro che incrina…

(Pascoli – L’uccellino del freddo)

L’allitterazione non è solo un artificio poetico, anche la pubblicità se ne serve spesso, ad esempio: Fiesta ti tenta tre volte tanto.

 

Assonanza 

È una figura retorica data dalla somiglianza di suono fra le ultime sillabe di due parole, quando sono uguali le vocali ma diverse le consonanti. È detta anche rima imperfetta, proprio perché le sillabe interessate non sono del tutto uguali, ma soltanto affini.

Per esempio: pane/fare; amore/morte.

 

Omoteleuto 

Si tratta di una figura retorica che consiste nel terminare due o più parole, vicine o successive, oppure simmetriche tra loro, con suoni identici o simili. È altra cosa rispetto alla rima perché, in questo caso, la terminazione uguale deve capitare espressamente alla fine del verso. Nell’omoteleuto invece i suoni si possono trovare anche dentro lo stesso verso o frase.

Ecco un esempio di omoteleuto:

Ma sedendo e mirando, interminati 

spazi di là da quella, […]

(Leopardi – L’infinito)

 

Onomatopea 

Si ha quando si creano parole o suoni linguistici che imitano un rumore o il verso degli animali. Il linguaggio dei fumetti ne è pieno. E allora la porta che sbatte farà Slam!, chi parla in continuazione si perderà dietro al proprio Bla, bla, bla, e se partirà un bacio, tra le pagine si troverà scritto Smack!. Inoltre, tutti i bambini sanno che il gatto fa miao e il cane bau.

Ma le onomatopee non le troviamo solo qui, anche la poesia ricorre spesso a questa figura retorica.

Un esempio:

Clof, clop, cloch,

cloffete,

cloppete,

clocchete,

chchch…

È giù,

nel cortile,

la povera

fontana

malata; […]

(Palazzeschi – La fontana malata)

E ancora il Pascoli ne L’assiuolo:

[…] sentivo il cullare del mare,

sentivo un fru fru tra le fratte; […]”

 

Suoni onomatopeici 

Altre volte, invece, non si fa solo ricorso a parole create apposta per riprodurre in lettere i suoni che si vogliono comunicare, ma a vocaboli esistenti, di senso compiuto, che per il loro particolare effetto sonoro, presi da soli o accompagnati ad altri, rievocano il rumore che si intende riprodurre. In questo caso si parla allora di suoni onomatopeici.

Gabriele D’annunzio, nella sua lirica intitolata L’Onda, ce ne fornisce un esempio famoso:

Sciacqua, sciaborda,

scroscia, schiocca, schianta,

romba, ride, canta,

accorda, discorda,

tutte accoglie e fonde

le dissonanze acute

nelle sue volute

profonde,

libera e bella, numerosa e folle,

possente e molle,

creatura viva

che gode

del suo mistero

fugace.

Non si fa solo ricorso a parole create apposta per riprodurre in lettere i suoni che si vogliono comunicare, ma a vocaboli esistenti, di senso compiuto, che per il loro particolare effetto sonoro, presi da soli o accompagnati ad altri, rievocano il rumore che si intende riprodurre. In questo caso si parla allora di suoni onomatopeici.

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Figure retoriche sintattiche o di ordine 

Nel costruire frasi e periodi, un ruolo determinante è dato dall’ordine delle parole. La sequenza più comune e lineare è quella formata da soggetto – predicato – complemento, ma è evidente che non si può impostare un intero discorso, soprattutto se scritto, reiterando lo stesso schema dall’inizio alla fine. Variare i costrutti e la disposizione delle parole serve per dare respiro ai testi e mantenere sveglia l’attenzione del destinatario. Le figure retoriche sintattiche o di ordine intervengono proprio per rompere gli automatismi del linguaggio e creare nuovi appassionanti percorsi.

Ecco le più comuni.

 

Anacoluto 

Il nome deriva dal greco anakóluthos = che non segue, riguarda il modo di strutturare la frase e si verifica quando si rompe la regolarità sintattica della stessa.

Alessandro Manzoni ci ha lasciato anacoluti memorabili, ad esempio:

Lei sa che noi altre monache, ci piace di sentir le storie per minuto.

(Promessi sposi – capitolo IX).

Ma anche Cesare Pavese ha fatto ricorso a questa figura retorica, ad esempio ne La luna e i falò

La luna bisogna crederci per forza.

Come espediente linguistico l’anacoluto serve a imitare l’incedere della lingua parlata, in cui spesso le frasi cominciano in un modo e terminano in un altro senza continuità sintattica. Il senso del discorso si deduce dal contesto più che dalle corrette corrispondenze tra le parti.

 

Anafora 

Dal greco anaphérō = ripeto, è una figura insistente. Consiste nella ripetizione di una o più parole all’inizio di versi o enunciati successivi, allo scopo di enfatizzare ovvero di mettere in rilievo determinati concetti o immagini. 

Un esempio:

Per me si va nella città dolente

per me si va nell’etterno dolore

per me si va tra la perduta gente.

(Dante, Inferno – Canto III)

 

Epifora 

Speculare all’anafora, l’epifora (dal greco epiphérō = porto in aggiunta) consiste nella ripetizione di una o più parole alla fine di un verso, di una strofa o, in prosa, di un periodo. 

Esempio: Assenza di senso: distruzione del senso, perdita del senso, constatazione che in nessun momento vi è stata traccia, indizio, sintomo di senso.

(G. Manganelli, Rumori o voci)

 

Anastrofe 

Dal greco anastréphō = rovescio, è una figura retorica che inverte l’ordine abituale di due o più parole in un discorso. Si usa molto spesso anche nel linguaggio comune in espressioni del tipo: “cammin facendo” oppure “eccezion fatta”. In poesia Ungaretti ce ne ha lasciato un esempio famoso nella sua lirica intitolata Soldati:

Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie.

 

Chiasmo 

Deriva del greco chiasmós ovvero “disporre in forma di chi”, intesa come la lettera greca χ, che richiama visivamente l’idea di un incrocio. Perché di questo si tratta, vale a dire di una figura che prevede la disposizione incrociata di due coppie di elementi o di proposizioni fra loro collegati. Un esempio:

Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori,

le cortesie, l’audaci imprese io canto, […]

(L. Ariosto, Orlando Furioso – Canto I)

Qui si nota come i termini che stanno a indicare l’ambito sentimentale (donne, amori, cortesie) s’incrocino perfettamente con quelli che indicano invece il contesto eroico e militare (cavallier, arme, audaci imprese).

 

Climax

E, per l’opposto, anticlimax: i termini derivano dal greco klímaks, scala e rendono bene l’idea di una salita o di una discesa graduale verso lo scopo che si vuole raggiungere. La gradazione sarà ascendente quando, nei versi o nelle frasi, gli elementi del discorso seguono un ordine basato sulla crescente intensità del loro significato. Lo scopo è quello di far percepire l’aumento progressivo di pathos. Esempio:

Ahi quanto a dir qual era è cosa dura

esta selva selvaggia e aspra e forte

che nel pensier rinova la paura!

(Dante – Inferno, canto I)

L’anticlimax o gradazione discendente invece si pone come obiettivo quello opposto di smorzare l’intensità delle sensazioni che si intende descrivere.

Es.: […] Così tra questa

immensità s’annega il pensier mio:

e il naufragar m’è dolce in questo mare.

(G. Leopardi, L’Infinito)

 

Zeugma 

Consiste nel far dipendere da un solo verbo più termini che richiederebbero ciascuno un verbo proprio.

Esempio:

“Parlare e lagrimar vedrai insieme.”

(Dante, Inferno Canto XXXIII)

I verbi sono retti entrambi da “vedrai”, ma il verbo “parlare” dovrebbe essere retto, in realtà, da “sentire”.

 

 

 

 

Nel costruire frasi e periodi, un ruolo determinante è dato dall’ordine delle parole. La sequenza più comune e lineare è quella formata da soggetto – predicato – complemento, ma è evidente che non si può impostare un intero discorso, soprattutto se scritto, reiterando lo stesso schema dall’inizio alla fine.

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Figure retoriche di significato 

La funzione delle figure retoriche di significato è quella di andare oltre il senso oggettivo, ovvero denotativo, dei vocaboli, imprimendone loro uno figurato, cioè connotativo. È come se chi parla o scrive avesse bisogno di potenziare le parole, perché da sole non bastano a rendere il groviglio di sensazioni che ha dentro e desidera esprimere. 

Tra le principali figure di significato ricordo le più importanti.

 

Allegoria 

Attraverso questa figura retorica, chi parla o scrive usa un dato termine per significare qualcosa di più profondo e di diverso rispetto a quello che il termine sta a indicare da un punto di vista oggettivo.

Ad esempio, quando Dande nel primo canto dell’Inferno, parla di “veltro”, non vuol far riferimento soltanto al cane da caccia, che il termine veltro sta a indicare nel suo significato primo, ma allude a un riformatore spirituale, e questo è il significato allegorico che lo connota.

 

Litote 

Si tratta di una figura retorica che per affermare un concetto, nega il suo contrario costringendo il lettore o l’ascoltatore a un ragionamento per afferrarne il senso. Il termine deriva dal greco litótēs che significaattenuazione, diminuzione, semplicità”. 

Per esempio:

Don Abbondio non era nato con un cuor di leone.

Qui Manzoni, per mettere in evidenza l’animo pusillanime del suo personaggio, nega il fatto che fosse coraggioso, il che assume un sapore velatamente ironico che l’affermazione diretta non avrebbe avuto.

 

Metafora 

Dal greco metaphorà (meta = oltre + phero = portare), comporta un trasferimento diretto di significato da un termine all’altro senza l’introduzione di avverbi o espressioni analoghe che lo rendano evidente.

Per esempio:

…Non ho voglia

di tuffarmi

in un gomitolo

di strade

(G. Ungaretti, Natale)

L’uso della metafora richiede lo sforzo da parte del lettore di cogliere l’immagine evocata dall’autore, sintonizzandosi con il suo pensiero.

 

Metonimia 

Si manifesta quando si esprime un concetto con un termine diverso da quello proprio, ma a esso legato da un rapporto di dipendenza.

Ad esempio:

  • il nome del contenente per il contenuto (ho bevuto una bottiglia), 
  •  la causa per l’effetto e viceversa (vivere del proprio lavoro)
  •  l’opera per l’autore (le tele di Picasso), 
  •  del simbolo per la cosa designata (tener fede alla propria bandiera),
  •  lo strumento per chi lo suona (il primo violino), 
  •  il luogo di produzione o di origine per la cosa prodotta (una bottiglia di Chianti), 
  •  l’astratto per il concreto (spero nella tua generosità),
  •  la materia per l’oggetto (lucidare gli argenti).

In pratica la metonimia sostituisce un termine con un altro ma, a differenza della metafora, tra le due parole c’è un rapporto di causa effetto, qualitativo o di reciproca dipendenza.

 

Ossìmoro 

Oppure ossimòro: deriva dal greco oxýmoron, composto da oxýs = acuto e moró = stupido, in una parola: stupido saggio e già questo è un ossimoro. La figura retorica, infatti, si forma quando si accostano parole di senso opposto e che sembrano escludersi a vicenda.

Qualche esempio: lucida follia, brivido caldo, silenzio assordante.

 

Similitudine 

Indica un paragone tra due termini o concetti che hanno qualcosa in comune ed è sempre introdotta da avverbi o locuzioni avverbiali del tipo: come, tale, così come, a somiglianza di. Ed è proprio la presenza di queste espressioni che la differenziano dalla metafora con la quale, spesso, viene confusa.

Per es.: 

E caddi, come corpo morto cade.

(Dante, Inferno – canto V)

 

Sinestesia 

È una figura retorica molto potente usata allo scopo di coinvolgere e destare l’attenzione dell’ascoltatore o del lettore. Vedere i suoni, sentire i colori, assaggiare gli odori: queste sono le sinestesie.

Il termine deriva dal greco syn = insieme e aisthánestai = percepire e consiste nell’associare sostantivi e aggettivi appartenenti a sfere sensoriali diverse in modo da suggerire immagini intense e insolite. 

Esempio:

Esistono profumi freschi come carni di bimbo,

dolci come gli òboi, verdi come praterie […]

(Charles Baudelaire, Corrispondenze – Les fleurs du mal)

 

Utilizzare bene le figure retoriche 

Quelle descritte sopra non sono che alcune delle tante figure retoriche che si possono usare nella nostra lingua. Abbiamo visto quanta ricchezza donino ai discorsi e alle parole a cui vengono applicate, e allora quali rischi si possono mai correre quando si fa ricorso a questi speciali artifici linguistici? 

Il rischio è, appunto, quello di rendere gli scritti troppo “artificiosi” e questo, alla lunga, stanca e, talvolta, persino snatura i testi. 

Non ti sarà sfuggito che gli esempi riportati per spiegare le figure retoriche, analizzate di volta in volta, sono quasi tutti tratti dalla poesia. La lirica, infatti, è il terreno naturale dei giochi linguistici e sonori. Nella prosa occorre andare un po’ più cauti, a meno che non li si voglia usare per scopi pubblicitari, dove lo slogan orecchiabile e accattivante viene studiato apposta per essere ricordato con facilità.

Ma in narrativa, per esempio, la sobrietà è un valore importante, da non trascurare. Allora, figure retoriche sì, ma con giudizio, nei contesti giusti, senza forzature e, soprattutto, che siano originali.

 

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