Quando pensiamo d’intraprendere una scrittura autobiografica uno degli aspetti che dovremmo considerare è questo: quale tempo ho necessità di narrare? L’autobiografia autentica non è quasi mai una narrazione sequenziale e storica della propria vita.

Si definisce scrittura autobiografica anche quella  – e a mio avviso soprattutto quella – che riguarda uno spazio di anni o di esperienze del vissuto. Tutto sta nel comprendere l’urgenza

 

L’urgenza della scrittura autobiografica

Durante i corsi e i seminari o anche nelle coach individuali porto sempre le persone a riflettere su questa domanda: che cos’hai urgenza di narrare? In genere narriamo quello che abbiamo bisogno di conservare, di tramandare; narriamo ciò che ancora deve essere chiarito, analizzato, compreso. A volte anche ciò su cui auspichiamo il perdono da parte di noi stessi (ardua impresa) o degli altri.

Quindi questa si presenta come una riflessione basilare.

scrittura autobiografica

Quando pensiamo d’intraprendere una scrittura autobiografica uno degli aspetti che dovremmo considerare è questo: quale tempo ho necessità di narrare?

Alda Merini nasce a Milano nel 1931 e nella stessa città muore nel 2009, ricorrono quest’anno i dieci anni dalla sua scomparsa. Non ebbe vita facile. In seguito ad una crisi nervosa fu ricoverata in manicomio, dove tra brevi uscite e ritorni, rimase per ben dieci anni.

C’è un diario, un libro bellissimo, una scrittura autobiografica in cui la poetessa racconta questi anni densi e bui. Ma non così tanto da non permettere all’amore di nascere anche tra le gelide mura e gli odori nauseabondi della clinica psichiatrica.

L’altra verità: scrittura autobiografica “diversa”

L’altra verità. Diario di una diversa” è il titolo del libro e sono le parole del grande Giorgio Manganelli a definirlo al meglio: “Questo libro, nato da un’esperienza da cui non pare lecito salvarsi, ha in sé un’elastica, fantastica, selvatica irruenza; la forza ilare e minatoria delle parole, delle frasi, del loro destino di fiori ininterrottamente propone un destino di gioia, un nitidezza amorosa che non solo non paventa, ma sembra scegliere lo spazio infernale come luogo fatale della propria nascita e letizia”.

Nelle pagine di questa scrittura autobiografica – che abbracci non tutta la vita della Merini ma come dicevamo un “momento” del suo tempo, del suo vissuto – c’è l’orrore del manicomio (“il manicomio era saturo di fortissimi odori. Molta gente orinava e defecava per terra. Dappertutto era il finimondo”) ma c’è anche la resurrezione, nella crepa germoglia inarrestabile l’amore.

In manicomio incontrai Pierre; era un uomo buono, un malato muto. Si innamorò di me e lo capii dai suoi sguardi dolci, dalle margheritine che mi regalava ogni giorno. Con Pierre fui affettuosissima, capii tutti i suoi problemi e mi presi cura di lui”.

Apre innumerevoli riflessioni questo diario di poco più di centocinquanta pagine. Ogni riga è intensa, vera, grondante vita. E amore.

Non ha narrato tutto e tutti, non inizia dalla nascita, non finisce con gli ultimi anni. Racconta uno spazio nel tempo che però ha segnato la vita e la poetica di Alda Merini.

Ci sono esperienze che viviamo che dovrebbero essere sostenute dalla scrittura autobiografia per restituirle al mondo e lasciare che altri ne colgano la forza, l’ispirazione; ma anche per chiarirle a noi stessi, per comprende quanto siano state significative e quanto senza di esse – pur nel doloroso attraversamento che abbiamo compiuto – non saremmo quelli che siamo.

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