La scrittura trova oggi nelle serie televisive e nei reality occasioni di espressione oltre che di grande confronto.

Per me guardare una serie su Netflix o seguire storie vere di persone è affascinante. Mi piace entrare nella struttura che è stata creata, analizzare il copione, valutare la resa dei personaggi, l’evoluzione della storia. Quando a casa mi vedono davanti allo schermo – che sia diventato un alibi? – sanno che sto lavorando. Si tratta di una vera e propria scuola: quando seguo una serie provo a ricostruirla anche graficamente, ricreo lo story board, la struttura e gli schemi della storia e vi garantisco che è una grande palestra. Si entra, in questo modo, nell’architettura della costruzione narrativa, si colgono gli sviluppi, le scelte degli autori.

believe richard romagnoli
Believe di Richard Romagnoli. La sua particolarità? La sceneggiatura è la vita.

E quando ami un certo tipo di attività poi ti succede di entrarci dentro. In un reality ci sono  proprio entrata e in uno di quelli particolari, che ti lasciano tanti spunti, non solo, che ti emozionano perché li vivi nella loro verità. L’occasione di vedere molte delle fasi di costruzione, di creazione della storia.

Believe di Richard Romagnoli. La sua particolarità? La sceneggiatura è la vita.

Tre vite. Tre sogni. Tre mesi per realizzarli.

Michela, Stefano, Fabrizio. Tre persone con vite, problematiche, aspirazioni diverse. Hanno partecipato ai casting per essere i protagonisti, sono stati scelti tra tanti perché in loro era forte il desiderio di uscire da una determinata situazione, di cambiare. E la scelta è stata vincente.

Nell’evento finale che si è svolto a Milano domenica 27 maggio, i protagonisti stessi con grande emozione hanno raccontato il loro percorso, i traguardi raggiunti, il cambiamento che è la conquista di una nuova consapevolezza, la decisione chiara di quale strada intraprendere. Nulla di mirabolante, una strada di crescita personale guidata da Richard con il suo personale modo di relazionarsi, con la sua verità di persona. All’evento era presente anche il professore e scienziato Pier Mario Biava che da tempo affianca Richard nella “missione” di far comprendere quanto il benessere, la felicità e la pace con se stessi e con gli altri, siano vie salute e guarigione  (nel libro Happygenetica potete approfondire l’argomento).

Dicevo, la sceneggiatura è la vita. L’ho visto, ho avuto la fortuna di essere presente (portando un intervento di scrittura consapevole) durante parte delle riprese girate all’interno di un altro grande format di Richard Romagnoli che è Power.

 

L’attenzione sulle persone e i loro bisogni

Gli operatori invisibili dietro le videocamere, discreti nell’onda del flusso della narrazione. Sempre rispettosi di quando la vicenda si fa intima  e allora porre un limite è doveroso, etico. Ho apprezzato molto questo modo di lavorare, essere professionisti capaci di coglier l’attimo ma sempre in punta di piedi con l’emozione autentica che non è così frequente in questi ambiti lavorativi.

Richard Romagnoli  nella sua realtà, con il linguaggio consueto, nel lavoro costante di ogni giorno con le persone, senza artifici, senza costruzioni se non l’attenzione centrata sugli altri e i loro bisogni. La volontà che il sogno si realizzi e con esso la fiducia in se stessi: questo è il dono di Believe. Lo si coglie se le confrontiamo anche con tante altre produzioni attuali.

Certo, una scaletta è fondamentale. Il lavoro tecnico c’è e si vede: nella professionalità della regia di Matteo Ermeti e dei suoi collaboratori. Una confezione di luce e ripresa di alta qualità. Un abito sartoriale, di quella sartoria che ti crea un particolare che non ti aspetti, che ti sorpende.

I protagonisti  non diventano mai attori, non c’è finzione, non ci sono battute precostituite: c’è il sorriso, la risata fragorosa, il pianto, l’urlo, il divertimento, lo sconforto, la risalita. Il lieto fine? Anche. Ma non è la conquista della verità assoluta: è la vita che guarda se stessa, che prende consapevolezza della sua forza e della sua gioia d’esistere, è l’aver visto che c’è sempre una possibilità. Ora i protagonisti andranno per la loro strada certi di aver vissuto un’esperienza unica.

believe quando la sceneggiatura è la vita
Il lieto fine? C’è. Ma non è la conquista della verità assoluta: è la vita che guarda se stessa, che prende consapevolezza della sua forza e della sua gioia d’esistere.

Infatti, il mio lavoro di scomposizione della struttura narrativa è stato semplice: si è trattato di dipanare momenti che sono quelli di ogni giorno ma arricchiti di indicazioni utili, profonde, per essere diversi. Credo sia questo il valore di un docufilm – o film social come l’ha definito Richard – come questo oltre al fatto di fare del bene davvero a chi partecipa.

Penso che sotto questa luce gli investimenti nella produzione abbiano un altro senso: la volontà di raggiungere mete tangibili, di contribuire ad un miglioramento della società. Una nuova frontiera. 

 

 

 

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